Sono trascorsi cinque anni. Gran parte di queste notti le ho passate nel silenzio non per mancanza di parole, ma per il loro accavallarsi così furioso da farne perdere il senso. Sarebbe stato uno sfogo indomabile, più simile ad uno sproloquio, un vaneggiamento, ira o risentimento. Ancora oggi non riesco ad affrontare serenamente i fatti, mi è più facile mentire per chiudere in fretta il discorso. Sempre.
Forse dovrei odiarti per come riesci a spingermi dove ho paura d’andare, sebbene io conscio e tu ignara, non sono ancora riuscito a controllare questa mia reazione a qualsiasi cosa tu dica. E di cose ne dici tante, senza nemmeno accorgertene.
Cinque anni dopo ti è bastato alzare il telefono e chiamare ed io ero lì, come se lo sapessi. Io che ho il telefono sempre spento e non credo a certe coincidenze. Non credo sia dovuto a qualcosa d’esoterico o particolarmente tecnologico. Semplicemente dovevi telefonare. Queste sono le cose come capitano a te. Girano.
In due parole hai segnato una nuova distanza fra noi. Spirali di vita che ruotano come galassie si mostrano l’un l’altra allontanandosi sempre più. Una meraviglia sempre più lontana. In due parole hai smosso un lustro di polvere e pochezze accatastate con fatica.
Anzitutto metterei un bel ’se’ al posto del ‘quando’. Non è detto che l’amore debba per forza bussare.
Inoltre, col l’andare del tempo, ho iniziato a nutrire il massimo timore nel pronunciare questa parola; non ne ho fatto un uso indiscriminato, eppure sono certo di non aver ho capito niente a tal proposito (dopotutto lo dico sempre, non c’è un man ne un tasto help da cliccare).
Ho sempre aspettato d’essere travolto dal sentimento come da uno tsunami, ho immaginato che una volta innamorato sarei stato in grado di sorvolare non tanto gli altrui difetti ma, grazie ad un nuovo e amoroso punto di vista, ai i miei. Un metodo per vedere da una nuova prospettiva -più dolce forse- i miei limiti e dirmi: bene, io lo so e adesso lo sa anche lei e va bene così, del resto non m’importa nulla. Insomma, qualcosa del genere. Invece questo non accade.
Non arriva lo tsunami e nemmeno una mareggiata a ripulire gli scogli. Non sorvolo nulla e mi chiedo se invece d’aprirmi sinceramente non ho per caso creato un guscio con sopra scolpito un me innamorato, un guscio destinato a svanire col tempo. E via di questo passo. Così mi dico che se ho tutti questi dubbi, se tante incertezze non svaniscono nel vedere l’oggetto dei miei desideri (ah, un refuso di maschilismo) forse non è il caso di dichiararsi innamorato, che probabilmente l’amore è ben altra cosa e forse sto prendendo solamente in giro me stesso (e peggior cosa l’altro) giocando a fare il fidanzato. Insomma c’è molta confusione sotto e sopra questa parola -soprattutto dentro la mia testa, ma questo è in evidenza da tempo immemore.
In un momento d’illuminazione ( o buio totale) ho deciso di fermare tutto per cercare di capire, di capirmi. Ma è stupido pretendere di capire un uragano fermandolo. Anche se, nel mio caso, non posso certo paragonarmi ad un evento di tale portata.
E se invece di un uragano al massimo riesci a provare una leggera brezza, invece dei bollori avessi un pacato tepore, se al posto delle palpitazioni riuscissi soltanto a provare una pacata emozione?
Troppi se. Troppe domande cui non si può dare una risposta (non credo esista nemmeno una risposta univoca).
C’è chi dice: buttati. Ma non sono certo io quello che si lancia nel vuoto se non ha una minima certezza, figurarsi se non sai cosa lo aspetta; immagina dunque quanto raccapricciante può essere la prospettiva di trascinarsi dietro qualcuno.
Questo è il mio freno, il mio fermo, il gancio. Ciò che mi trattiene in questo stupido immobilismo è ancorato ad un distillato di paura e disagio che non ha bisogno d’essere provato -è come andare dal dentista, non hai bisogno di sapere da dove arriverà e che tipo di dolore proverai; sai che ci sarà e farà male a lungo.
Eppure, grazie a te, sono andato contro ogni elucubrazione o razionalizzazione che sia e saltato. No, non sono così stupido o meschino da volerti cancellare o ancora peggio, presumere che chiodo scacci chiodo. Di più.
Volevo costruire qualcosa di bello come avevi fatto tu ma senza te. Un sognatore, un romantico, un folle o semplicemente un cretino?
Ti è bastato alzare il telefono per trovarmi, t’assicuro che non è cosa facile, e ti confesso che ne sono un po’ contrariato. Non tanto da farmi credere d’essere cambiato. So per certo di vivere un momento di totale instabilità e in questi giorni mi muovo con la massima precauzione perché sono passati cinque anni ma il venticinque luglio non lo scorderò tanto facilmente -e mi sento troppo vecchio per imparare nuove date.
E forse si l’amore ha bussato, ma lo ha fatto in un modo così lieve che non l’ho sentito.
Ma il citofono io che l’ho messo a fare?