La saracinesca del garage è spalancata nella speranza che un refolo di vento, magari spostato da una delle rare auto di passaggio, giunga chissà come fino a me.
Non è che ci speri molto, ad ogni buon conto devo stare lì dentro a riordinare carta e cartoni per la raccolta differenziata, se mai capitasse, quel refuso di un vento qualsiasi, lo vorrei proprio sentire.
Disfo la struttura del cartone, lo strappo in piccoli pezzi e ripongo il tutto in una scatola più grande. Lavoro noioso. Solitamente mi distraggo cercando, tra i numeri stampati o i codici a barre, una logica o un senso, magari anche cabalistico.
In cortile una bambina, gioca tra le sedie rincorrendo qualcosa che vede solo lei.
Osservo lei e la madre che a sua volta tiene d’occhio la piccola, anche se sembra persa in altri pensieri.
La bimba è figlia di un mio caro amico, uno di quelli conosciuti quando ancora giravo in bicicletta, quando spingendo sui pedali si spingeva un po’ più forte pensando alla vespa, sperando di crescere un po’ più in fretta.
Questo ragazzino piccolo e magro, con i capelli biondi, sottili e rasati come quelli di un marines, giunse al paesello verso la fine dei ’70, fu l’anomalia di quell’estate. Con i capelli così corti si prese subito il soprannome di Pelatino. Cosa che non lo turbò per niente. Era anomalo non solo per i capelli, ma per il modo di fare: cordiale, disponibile, amava stare in compagnia di chiunque, sempre pronto ad accettare le sfide. E un difetto, che di lì a poco lo rese antipatico ai più: dire sempre quello che pensava.
Fu così che prima di conoscerlo di persona, sapevo già la sua storia.
Nemmeno i primi approcci furono un gran che, dopo poche settimane litigammo. Ad essere precisi fui io a prendere le distanze. Secondo i miei gusti era troppo invadente, s’infilava in qualsiasi discorso, voleva partecipare ad ogni costo. Voleva spiegare a noi, che costruivamo capanne e fionde con i rami di betulla ogni estate, come migliorare questo o quello. Insopportabile.
Per un certo periodo non ci parlammo più, ma non fu un lungo periodo, perché prima che l’estate finisse eravamo di nuovo on the road, con le nostre bici a cinque cambi.
Una delle mete preferite, oltre ai boschetti di betulle, era un negozio di giocattoli. Qui passavamo in rassegna le ampie vetrine cercando le novità, con la speranza che un giorno, qualcosa di meraviglioso fosse alla portata delle nostre tasche. Verso la fine delle vacanze trovai qualcosa alla mia portata: dardi per il tiro a segno. Comprai due scatole da tre pezzi di freccette, e il gestore mi regalò l’ultima scatola di una serie da grandi pesanti e sebbene la lunghezza fosse la stessa delle normali freccette, questi apparivano tozzi, somigliavano molto ai missili che si vedevano nei film di fantascienza. Erano i miei gioielli.
Per giustificare quella spesa pazza e inutile, decisi che il tiro a segno avrebbe impegnato gli ultimi giorni di vacanza, così sarebbe stato più facile dimenticare i compiti che comunque non avrei fatto.
Disegnai con del gesso un enorme bersaglio sul lato interno di un vecchio portone.
Mia nonna non impiegò molto a notare che i minuscoli fori non erano causati dalle tarme, ma dal nipotino. Trovai allora un vecchio bersaglio, fatto con strisce di carta arrotolate. Grosso, pesante e all’apparenza indistruttibile, decidemmo di portarlo sul terrazzo di Kappa, qui nessuno avrebbe disturbato i nostri allenamenti.
Alcune freccette si spezzarono, altre perse, e i nostri interessi furono presto attratti da altre cose. Fu così che quel bersaglio, che presi senza permesso e che sentivo di proprietà paterna, benché anni dopo, mio padre confessò di non ricordare nulla a proposito di bersagli e di non averne mai posseduto uno, fu dimenticato sul terrazzo di casa Kappa.
D’inverno passando per andare a scuola, lo vedevo brillare colorato come la bandiera nazionale, sullo sfondo del muro grigio. Mi chiedevo allora che intendesse farne, dopotutto era una cosa mia, avrebbe dovuto restituirlo.
Un giorno Kappa m’invito a casa sua, mi portò sul terrazzo e mostrandomi il bersaglio si scusò, e assicurò che avrebbe pagato per uno nuovo, magari uno di quelli gialli e neri, tanto belli. Lasciato sotto la pioggia si era gonfiato, le strisce di carta pregne d’acqua, una volta asciugate avevano perso coesione, sembrava un rotolo gigantesco di carta colorata, arrotolato male e del tutto inutilizzabile.
Non avevo idea del valore di quel bersaglio, lasciammo andare la questione, ed il centro con i colori della bandiera italiana rimase lì per anni, da lontano era anche bello.
La figlia di Kappa si avvicina, curiosa e per nulla impaurita sale il gradino affrontandolo di traverso, ritrova l’equilibrio e si avvicina osservando seria come strappo i cartoni e come ripongo i vari pezzi negli scatoloni più grandi.
La guardo e sorrido, lei si volta a cercare la madre con lo sguardo, la trova e torna a guardarmi con un sorriso appena accennato, ma pronto a migliorare.
“Dai, non stare lì a guardarmi, fai qualcosa! Prendi”
Le dico porgendole un cartoncino sottile.
“Strappalo in tanti pezzi piccoli piccoli, e poi butta tutto dentro lo scatolone”
Mi guarda e senza esitare tende le piccole braccia e agita le mani per avere il suo pezzo da strappare.
È stato un fulmine.
Ma di quelli che inceneriscono.
Ho rivisto le movenze, lo sguardo verso di me e poi concentrarsi sul lavoro da fare, la fiducia in se e nelle proprie capacità, la voglia di fare e di scoprire cose nuove. Per un istante in quella bambina c’era Kappa.
È possibile che in così poco tempo un bambino assorba tanto dai propri genitori?
Forse è qualcosa di genetico.
Sicuramente straordinario.
Mi sono sentito come quel bersaglio: sfatto e del tutto inutile.
E quel momento: l’istante in cui vedi i genitori non nelle somiglianze fisiche, ma nel portamento, nell’essere. L’istante in cui vedi tu stesso replicato in tuo figlio, quello, da oggi, credo di sapere quanto valga.