Archive for the 'Splinder’s Time' Category

Aug 20 2003

Oh! Finalmente

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Oh! Finalmente Clarence mi ha lasciato entrare.
Dopo tanto tempo trasmigro qui, primo sito che adocchiai mesi or sono.
Che dire, dopo lui, lei, l’altro, e chissà quanti ancora. Sono arrivato anch’io.
Come al solito non per primo, come al solito non perfettamente…

Vedremo se questi mi faran rimpianger quell’altri. Soprattutto in questo periodo di rientri, quando tutti avranno da scrivere di puccio, titti, lalla, tea, bea, nina, e franco, il cane.

Come minimo domani non funziona più niente, se pensi sia utile, aggiorna il link

25 han detto che

Aug 17 2003

Domanda: hai mai conosciuto una donna…

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Domanda: hai mai conosciuto una donna brutta?
No. Non ti rispondo, perché così, su due piedi, proprio non ricordo, sfilano le diapositive, veloci fotogrammi sorridenti, passando rapidamente da un viso all’altro, per non sospirare quando arrivano quelle. Quelle.
Ma No. Non ho in mente donne brutte, eppure per logica, statistica, gusto o che altro, devono pur esserci.

Ma oggi si, tra il pagliericcio stopposo di questa tana sudata, tra le cose che ancora non ho riordinato, sfogliando annoiato pagine virtuali e appunti incomprensibili, pensando al da farsi per domani: le ho viste. Quelle donne brutte.

Ti ricordi i vecchi tubetti di dentifricio?
Quelli in metallo, che schiacciavi e quando alla fine cercavi di spremere l’ultima striscia di pasta, erano sgualciti, ammaccati, stremati e rinsecchiti. Poi li hanno fatti in plastica, sempre lucida e tesa, non si sciupa mai, fa sempre bella presenza nel bicchiere in bagno. Ma dentro è vuoto, e capita sempre una mattina che sei in ritardo, premi, stiri il tubetto sul bordo del lavello, schiacci l’orlo rigido del dispenser, ma nonostante la bella presenza, e il tubetto che pare ancora vergine: dentro non c’è nulla. Proprio ora, adesso che non hai tempo da perdere.

Sono così, alcune secche, altre sode, certe gonfie, qualcuna gonfiata.
Ma non è l’altezza né le forme. Sono gli occhi privi di luce, quel buio è brutto a vedersi, da un senso di freddo che fa rabbrividire anche a quaranta gradi.
Sono così anche nei gesti, come pupi siciliani sembrano muoversi a scatti, comandate da fili invisibili, di maniere brusche anche quando chiedono:
“Per favore”, sembra che la cortesia la facciano loro, rivolgendoti la parola con tanto di protocollo.
Probabilmente non sono nemmeno brutte, ma ne trasmettono il senso. Quando, per chissà quale motivo, un briciolo di luce appare negli occhi bui, smettendo d’inviare quella sensazione negativa si trasformano, e allora noti altre cose; che le rughe sulla fronte ed il viso teso sono brutti si, ma sono segni lasciati da altri: dai figli, mariti, finti amanti, quadri responsabili. Lasciati dalle circostanze sempre avverse, dal tempo che si vuol far passare per guarire le vecchie ferite, ma che, inesorabile, lascia segni indelebili di quel dolore che proprio cercavano di scordare.

E allora sono di nuovo da capo? No. La domanda è sbagliata, perché ci sono persone che non mi piacciono, ma anche quelle, non riesco a giudicarle brutte.
Perché anche quella signora con la gobba e il naso curvo, vestita di stracci che appare nelle fredde notti d’inverno, anche lei con quel suo brutto muso, mi piace.
Anche se tutti la chiamano Befana.

Ed il tubetto di dentifricio che centra?
Forse niente, ma ricordati che ti ha servito fedelmente ogni giorno della sua vita, non trattarlo male solo perché hai scordato d’averlo completamente svuotato.












23 han detto che

Aug 16 2003

Più sonnecchiare che…

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Meriggio noioso, leggere e sonnecchiare, più sonnecchiare che leggere. Rigirandomi sulla poltrona senza mai trovare la posizione giusta, più rigirarsi, che leggere e sonnecchiare. Quando comodo, la luce colpisce in malo modo le pagine, che riflettono per intero un biancore lattiginoso, nel riflesso mi perdo immaginando le ore successive, centinaia di variabili che non collimano, nessuna previsione possibile. Torno ad inizio pagina, mi sposto, in modo che i fogli siano illuminati in maniera da riconoscere i caratteri dallo sfondo, ben presto contorcendomi cercherò nuovamente una posizione comoda; non trovandola, tornando a capo pagina, perdendomi di nuovo in fantasie, fino al prossimo colpo di sonno. E poi da capo, fino a che non decido di abbandonare la lettura e andare a correre. Il runner annullerà ogni pensiero, offuscata dalla fatica, la coscienza sarà libera da inutili apprensioni.

Nei meandri della grande città, per fare qualcosa d’insolito, e visitare luoghi vicini e mai presi in considerazione, località finora proibite sono ora accessibili divengono semplicemente: un bel posto.

Provo la sensazione d’essere sotto esame: bocciato, promosso.
Potrò rimediare?

Trascorre piacevole la serata, placida e lenta come le acque nel canale.
Lei socievole, senza troppe cerimonie sfodera simpatia e discorsi casuali, che lievemente scivolano sfiorando ferite mal rimarginate e riprendendo subito quota, portando lontana l’attenzione. Non chiede troppo, non rivela troppo, leggera ma non frivola. Scorrono le parole in discorsi frammentati, si accavallano le idee e mi ritrovo a discutere su tutto senza concludere nulla. Troppo tempo lontano dal parlato o troppo invischiato nei miei soliloqui da blog?
Osservo quel nasino spiritoso accompagnare i sorrisi e arricciarsi in piccole smorfie deliziose. Lei è lì, reale e per niente immaginabile.

Chissà dov’era Cupido, forse impegnato in riviera, o forse, a ferragosto è in ferie.
Così che, senza colpi di fulmine o interventi divini, ci lasciamo come vecchi amici.

Insolita sorpresa agostana.

8 han detto che

Aug 15 2003

E il pandoro?

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Da quando si augura il Buon Ferragosto?
Senza nemmeno accorgermene, forse un riflesso condizionato, ho augurato buon ferragosto anch’io.
Probabilmente dal prossimo anno ci scambieremo anche dei regali.
Io voglio un paio di boxer neri da spiaggia con addominali inclusi.
Neri solo i boxer, grazie.



6 han detto che

Aug 15 2003

Ma dove, ma quando?

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Inizia qui il mio personale prologo festivo.
Allacciato ad impegni precedentemente presi, mi vedo obbligato all’attesa prima di poter partire o comunque iniziare il periodo fancazzista.
Cinque giorni per rimettere ordine, spazzare e farmi venire in mente una meta allettante da raggiungere.
Unica cosa certa: il desiderio di tracciare archi con l’alluce sulla sabbia di una qualsiasi spiaggia, preferibilmente dotata di sole e massa d’acqua salata semovente nelle zone adiacenti.

Chi tace acconsente

Aug 15 2003

Non piango più.

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Non piango più. Mia madre mi ha insegnato che i maschietti non piangono, me lo ha insegnato a suon di sberle, quando mi strapazzava perché non facevo i compiti o ne combinavo una delle mie. Così non piango più da che ero bambino, le uniche lacrime sono quelle azzurre del collirio.

Ma non capisco perché, certe volte vorrei saperlo fare.
Lasciare che quel qualcosa che ha provocato gli occhi lucidi faccia breccia e via, si riversi tutto nei condotti lacrimali, che si rovesci lì e se non se ne va con le lacrime, almeno si diluisca un poco.
Ma no, rimane sempre tutto dentro, al massimo passa per lo stomaco con visita di piacere al fegato, o giù di lì.

Anche oggi non ho pianto, ma è uno di quei giorni che so benissimo si potrebbe fare, magari in una stanza fresca e buia, con la faccia sul cuscino per non sentirsi ne farsi sentire.

5 han detto che

Aug 14 2003

Duplicazioni genetiche

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

La saracinesca del garage è spalancata nella speranza che un refolo di vento, magari spostato da una delle rare auto di passaggio, giunga chissà come fino a me.
Non è che ci speri molto, ad ogni buon conto devo stare lì dentro a riordinare carta e cartoni per la raccolta differenziata, se mai capitasse, quel refuso di un vento qualsiasi, lo vorrei proprio sentire.
Disfo la struttura del cartone, lo strappo in piccoli pezzi e ripongo il tutto in una scatola più grande. Lavoro noioso. Solitamente mi distraggo cercando, tra i numeri stampati o i codici a barre, una logica o un senso, magari anche cabalistico.

In cortile una bambina, gioca tra le sedie rincorrendo qualcosa che vede solo lei.
Osservo lei e la madre che a sua volta tiene d’occhio la piccola, anche se sembra persa in altri pensieri.
La bimba è figlia di un mio caro amico, uno di quelli conosciuti quando ancora giravo in bicicletta, quando spingendo sui pedali si spingeva un po’ più forte pensando alla vespa, sperando di crescere un po’ più in fretta.

Questo ragazzino piccolo e magro, con i capelli biondi, sottili e rasati come quelli di un marines, giunse al paesello verso la fine dei ’70, fu l’anomalia di quell’estate. Con i capelli così corti si prese subito il soprannome di Pelatino. Cosa che non lo turbò per niente. Era anomalo non solo per i capelli, ma per il modo di fare: cordiale, disponibile, amava stare in compagnia di chiunque, sempre pronto ad accettare le sfide. E un difetto, che di lì a poco lo rese antipatico ai più: dire sempre quello che pensava.
Fu così che prima di conoscerlo di persona, sapevo già la sua storia.
Nemmeno i primi approcci furono un gran che, dopo poche settimane litigammo. Ad essere precisi fui io a prendere le distanze. Secondo i miei gusti era troppo invadente, s’infilava in qualsiasi discorso, voleva partecipare ad ogni costo. Voleva spiegare a noi, che costruivamo capanne e fionde con i rami di betulla ogni estate, come migliorare questo o quello. Insopportabile.
Per un certo periodo non ci parlammo più, ma non fu un lungo periodo, perché prima che l’estate finisse eravamo di nuovo on the road, con le nostre bici a cinque cambi.
Una delle mete preferite, oltre ai boschetti di betulle, era un negozio di giocattoli. Qui passavamo in rassegna le ampie vetrine cercando le novità, con la speranza che un giorno, qualcosa di meraviglioso fosse alla portata delle nostre tasche. Verso la fine delle vacanze trovai qualcosa alla mia portata: dardi per il tiro a segno. Comprai due scatole da tre pezzi di freccette, e il gestore mi regalò l’ultima scatola di una serie da grandi pesanti e sebbene la lunghezza fosse la stessa delle normali freccette, questi apparivano tozzi, somigliavano molto ai missili che si vedevano nei film di fantascienza. Erano i miei gioielli.
Per giustificare quella spesa pazza e inutile, decisi che il tiro a segno avrebbe impegnato gli ultimi giorni di vacanza, così sarebbe stato più facile dimenticare i compiti che comunque non avrei fatto.
Disegnai con del gesso un enorme bersaglio sul lato interno di un vecchio portone.
Mia nonna non impiegò molto a notare che i minuscoli fori non erano causati dalle tarme, ma dal nipotino. Trovai allora un vecchio bersaglio, fatto con strisce di carta arrotolate. Grosso, pesante e all’apparenza indistruttibile, decidemmo di portarlo sul terrazzo di Kappa, qui nessuno avrebbe disturbato i nostri allenamenti.
Alcune freccette si spezzarono, altre perse, e i nostri interessi furono presto attratti da altre cose. Fu così che quel bersaglio, che presi senza permesso e che sentivo di proprietà paterna, benché anni dopo, mio padre confessò di non ricordare nulla a proposito di bersagli e di non averne mai posseduto uno, fu dimenticato sul terrazzo di casa Kappa.
D’inverno passando per andare a scuola, lo vedevo brillare colorato come la bandiera nazionale, sullo sfondo del muro grigio. Mi chiedevo allora che intendesse farne, dopotutto era una cosa mia, avrebbe dovuto restituirlo.
Un giorno Kappa m’invito a casa sua, mi portò sul terrazzo e mostrandomi il bersaglio si scusò, e assicurò che avrebbe pagato per uno nuovo, magari uno di quelli gialli e neri, tanto belli. Lasciato sotto la pioggia si era gonfiato, le strisce di carta pregne d’acqua, una volta asciugate avevano perso coesione, sembrava un rotolo gigantesco di carta colorata, arrotolato male e del tutto inutilizzabile.
Non avevo idea del valore di quel bersaglio, lasciammo andare la questione, ed il centro con i colori della bandiera italiana rimase lì per anni, da lontano era anche bello.

La figlia di Kappa si avvicina, curiosa e per nulla impaurita sale il gradino affrontandolo di traverso, ritrova l’equilibrio e si avvicina osservando seria come strappo i cartoni e come ripongo i vari pezzi negli scatoloni più grandi.
La guardo e sorrido, lei si volta a cercare la madre con lo sguardo, la trova e torna a guardarmi con un sorriso appena accennato, ma pronto a migliorare.

“Dai, non stare lì a guardarmi, fai qualcosa! Prendi”

Le dico porgendole un cartoncino sottile.

“Strappalo in tanti pezzi piccoli piccoli, e poi butta tutto dentro lo scatolone”

Mi guarda e senza esitare tende le piccole braccia e agita le mani per avere il suo pezzo da strappare.

È stato un fulmine.
Ma di quelli che inceneriscono.

Ho rivisto le movenze, lo sguardo verso di me e poi concentrarsi sul lavoro da fare, la fiducia in se e nelle proprie capacità, la voglia di fare e di scoprire cose nuove. Per un istante in quella bambina c’era Kappa.
È possibile che in così poco tempo un bambino assorba tanto dai propri genitori?
Forse è qualcosa di genetico.
Sicuramente straordinario.

Mi sono sentito come quel bersaglio: sfatto e del tutto inutile.
E quel momento: l’istante in cui vedi i genitori non nelle somiglianze fisiche, ma nel portamento, nell’essere. L’istante in cui vedi tu stesso replicato in tuo figlio, quello, da oggi, credo di sapere quanto valga.

2 han detto che

Aug 12 2003

Evvai!Ho vinto!Pago da bere a tutti! Yu…

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Evvai!
Ho vinto!
Pago da bere a tutti!
Yu huuu
corsa tris del 12/08/03
si però…






5 han detto che

Aug 12 2003

I muscoli si tendono pronti, la mente…

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

I muscoli si tendono pronti, la mente altrove.
Improvviso e inaspettato, non c’è tensione, non c’è sforzo.
Non trattenuta scorre veloce e precipita fragorosamente.
La realtà come un fotogramma, l’immagine fissa agitata dalla pellicola che scorre male, lenta e fuori binario. Luce e buio si alternano velocemente ed in sottofondo uno schianto, prolungato. Come il fragore di gigantesche carte da gioco che vengono smazzate.
Poi il buio.

Una frazione di secondo per capire.
Fisso il cordone piatto dove ha ceduto, formando un fiocco sfilacciato. Un fiore sintetico, triste e ingiallito dal tempo.
La mente intenta a capire quel che succedeva, riavutasi dalla sorpresa si rende conto dell’accaduto, e ne comprende il conseguente dramma.

L’aria sembra già più calda.
Le prossime ore si annunciano soffocanti.

Ho i mezzi? Si.
Ho la capacità? Devo, non importa come.

Arranco sulla scaletta metallica, fatico ad aprire il vecchio cassonetto.
Il legno laccato è incollato dalle numerose mani di vernice, con il tempo, l’umidità e i termosifoni hanno fatto il loro dovere. Lo sforzo è ampliato dalla posizione precaria, non trovo punti dove poter far forza con efficacia.
Inoltre, l’impressione che l’aria sia sempre più calda.
Facendo forza con strumenti poco adatti forzo l’apertura a suon di martellate, strisce arcuate compaiono ad ogni colpo, striature che partono larghe e chiare, dove il martello ha inciso il legno scrostando la vernice color panna, per finire in sottili e quasi indefinite tracce scure, dove il metallo non ha tolto ma ha depositato il proprio colore, ruggine e chissà che altro.
All’interno il rullo polveroso e circondato da ragnatele abbandonate è a fine corsa, il resto del cordone spezzato giace scomposto tra il rullo e la ruota di riavvolgimento. Per un momento l’aria lì dentro sembrava più fresca, ma lo spazio esiguo non ha portato miglioramenti nella stanza, inoltre la vicinanza al soffitto, chissà perché, mi da sempre l’impressione che manchi l’aria e quella che c’è non sia respirabile.
Due di tre dei ganci che trattengono le liste di legno sono staccati, probabilmente l’ultima corsa è stata fatidica, ciò che il tempo ha liso e deteriorato con pazienza in un attimo si è spezzato, come in domino tutto era ormai precario.
M’affanno in garage cercando pezzi di ricambio fortuiti, e in qualche modo riesco a riparare il danno.
Nonostante le difficoltà riesco a sistemare i ganci in modo simmetrico, passo al cordone, la parte più semplice.
Sistemo il coperchio del cassonetto, i graffi e le ammaccature sono l’evidente segnale che alla prossima tinteggiatura gli addetti ai lavori dovranno studiare una soluzione per non sigillare definitivamente quel coperchio.

Tiro il cordone, ma non torna la luce, nel frattempo si è fatta sera, e nemmeno l’aria esterna sembra molto più fresca di quella all’interno del locale.
Per soddisfazione alzo e abbasso ancora la tapparella.
Su, giù, su…

Di nuovo, attutito questa volta, il rumore di un gigantesco mazzo di carte fatto frullare, e poi silenzio.

Guardo la mia finestra, provo di nuovo la tapparella, tutto funziona.
Esco per capire da dove proveniva quel suono tanto famigliare, e mio fratello sulla porta di casa mi guarda incredulo: “Si è rotta anche questa…”

La notte delle tapparelle spezzate.

4 han detto che

Aug 11 2003

Per me sta succedendo qualcosa.Qualcosa di…

impanato uzi e allegato in Splinder's Time

Per me sta succedendo qualcosa.
Qualcosa di mica tanto bello…
Ma non ho capito: come dove quando
E soprattuto Perché.
Ma me lo sento…
Fa caldo, sudo come una Vallelata, eppure ho quel brivido.
Si, proprio come l’uomo ragno.
Ma non è colpa mia! No.
Non sono cosciente di quello che scrivo al di sopra dei 25°C.







9 han detto che

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