Ma~
La vedo tutte le mattine, quando mi alzo abbastanza presto. Prima delle sette lei è gia bell’e pronta, intabarrata negli scialli di lana che lei stessa ha diligentemente fatto ai ferri, con quale punto non è dato sapere. Cammina a testa bassa, mite e silenziosa si dirige verso la chiesa, prega per un po’ e di nuovo a testa bassa verso il cimitero. Qui riordina e pulisce una modesta tomba, senza frizzi e lazzi, solo un’immagine del compianto marito, morto tanti anni fa, con un fegato come un pallone. Matilde ha pianto un poco la sua scomparsa, modesta e parca anche nelle emozioni, ha smesso subito, c’erano questioni più importanti, la vita che portava in grembo era una di queste. Finite le orazioni sulla lapide del defunto marito sono terminate si concede un momento in compagnia delle amiche. Chiacchierano a voce alta, spesso si dicono malignità a proposito degli assenti, a volte persino volgari. Matilde rimane silenziosa, ascolta tutti e abbozza un sorriso, quando le chiedono un’opinione, tace, sorride, che ne pensa lei non è cosa importante, sembra dire – Lasciate che sia…-. Matilde non parla a vanvera, preferisce tacere, forse le piace la compagnia, forse vuol solo essere presente per sapere quel che succede in paese, ma non dice nulla. Matilde lo sa che cosa vuol dire avere il dito puntato contro.
La sua prima figlia era considerata una puttana. Aveva solo 13 anni, scappò dall’oratorio femminile un giorno d’estate, per incontrare i ragazzi, non fece nulla di male; una fuga di domenica pomeriggio, giovane, bella, fresca come una rosa del mattino e senza malizia, come poteva averne con una madre simile, corse tra le braccia dei giovanotti, loro si maliziosi, venuti dai paesi vicini in cerca di ragazzine ingenue come lei. Di lei non si seppe più nulla. Si chiuse in casa per non sentire i giudizi cattivi, le parole portate dal vento sono corrosive come la salsedine. Non se ne accorse nessuno, sparì pian piano, chiudendosi nella sua casa, nel suo mondo scuro, nel buio nessuno la vedeva e nessuno la poteva più giudicare. Era bella, la ricordo bene, eravamo coetanei, poi lei crebbe ed invecchiò nel tempo in cui noialtri ci guardavamo allo specchio per capire com’era quel guscio nuovo. Matilde non disse nulla alle amiche che parlavano male di lei e della figlia, mormorò qualche cosa al parroco, forse delle scuse, ma nessuno lo sa, nessuno in realtà volle sapere. Oggi le sue amiche si vergognano di quelle cose dette tanti anni fa, se ne vergognano tanto che fingono non sia mai successo nulla. Matilde poi lo sa che ci sono cose peggiori delle maldicenze, ci sono i drammi che zittiscono tutti. Quando il figlio, il suo primogenito, fu arrestato dai carabinieri per spaccio di droga Matilde non pianse, non disse nulla. Guardando il figlio senza trovare i suoi occhi capì di non conoscere più quel ragazzo che gli uomini in divisa stavano portando via. Di lui si parlò ancora, ma con timore, sottovoce, leggendo il quotidiano locale ogni tanto lo si trovava ritratto in una brutta foto, e poi in foto sempre più brutte, la peggiore fu l’ultima, quella dove si vedeva un corpo raggomitolato su di un pagliericcio in un casotto di campagna, con la siringa ancora per terra. Ricordo bene quella foto, quel che si diceva e come lo si diceva. Perché alla fine dei ’70 i drogati erano dei, erano miti, quasi delle rock star, lui e mio cugino erano soci in affari ed io conservavo tutti gli articoli della premiata ditta.
Matilde era sola quando nacque la seconda figlia, si trovò un mestiere e la crebbe, senza lamentarsi delle ore di lavoro, senza che nessuno l’aiutasse a portarla a scuola, senza i soldi per mandarla a ripetizione. Oramai la gente era abituata a tutto, la seconda figlia oggi può incontrare tutti i ragazzi che vuole, non andare in chiesa la domenica, mettersi l’orecchino al naso o dove le pare, sono cose normali, lo fanno pure le altre ragazze, anche se quando entrano all’oratorio e prima di tornare a casa si tolgono i gingilli più vistosi.
Matilde mite e silenziosa, cammina per strada senza mai alzare lo sguardo. Mai sul suo viso si può scorgere l’emozione di quel che pensa. In fondo è dura Matilde. Ha sopportato un marito alcolizzato; tornava a casa solo per dormire, puzzando di vino e sigarette, buono solo a tener caldo il letto e darle una ripassatina quando, non troppo ubriaco a letto riusciva ad arrivarci con le sue gambe. Un figlio pazzo per la droga, una figlia pazza per le parole, recluso in galera e poi scomparso il primo, reclusa in casa e ancora lì la seconda. Quel che le rimane nella vita è questa ragazzina coi capelli color del rame, a cui poco importa di quel che accade, vive spensierata quasi senza sapere del passato, e poi anche sapendo quel che la madre ha passato non potrebbe far nulla. Matilde tace al tavolo con le amiche, sa bene che a parlare male si fa peccato, ma non verso il signore che tutto perdona, bensì verso le persone, che se non sono abbastanza forti si spezzano l’anima sulle parole dette senza pensare.
Matilde è forte, forte e silenziosa, mai un lamento, mai chiesto aiuto, non si rassegna al destino, lo affronta come può, come deve.
Che grand’uomo sarei, se solo le assomigliassi un po’.