Jun 29 2003
Mi fido del prossimo…del prossimodel…
Mi fido del prossimo…
del prossimo
del prossimo
del prossimo
del prossimo
…
Jun 29 2003
Mi fido del prossimo…
del prossimo
del prossimo
del prossimo
del prossimo
…
Jun 29 2003
Ho deciso: questa sera esco.
Villa Borromeo ad Arcore.
C’è un mio amico pittore principiante che partecipa alla manifestazione Giovani Artisti 2003, vado a trovarlo, tanto sono sicuro che i suoi amici di certo non si muovono per vedere quelle robe lì.
Magari tiro tardi e lo aiuto a sbaraccare.
Se vado in macchina non trovo parcheggio.
In moto, poi sicuramente piove.
Già immagino la cagnara e la folla.
Quasi mi passa la voglia, ma ormai ho deciso.
Ho un solo dubbio:
Non so cosa mettermi.
Jun 29 2003
Sono in armonia con me stesso.
Giuro, mi sento bene.
Altruista
Con egoismoBrillante
Ma un po’ goffoCordiale
Ma scostanteDisponibile
E intolleranteEstroverso
Ma indifferenteFelice
Non sul serioGeneroso
Ma spilorcioImpegnato
Nel mio ozioLibero
Tra le mie sbarreMeticoloso
Solo per casoNaturale
Ma non spontaneoOriginale
Come una fotocopiaPrudente
Non assennatoQuieto
E tormentatoRiflessivo
SuperficialmenteSincero
Ma subdolo
Tenero
E insensibileUmile
Ma presuntuosoVivace
Ma scialboZeppo
Del nulla.
Grazie.
Tutto bene, grazie.
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Jun 28 2003
Vado a nascondermi sotto un letto.
Forse lì, tra i batuffoli di polvere troverò la materia grigia.
Sa tanto di cosa noiosa, ma dovrebbe tornare utile.
Jun 27 2003
Distruggilo!
Si, così!
E viene giù tutto…
La mano aliena di un robot, forse uscito da un Geeg d’annata o forse un Robot-transformer. Robot-tirannosauro che addenta muri di cemento, a morsi distrugge palazzi interi.
Mi affianco a quattro pensionati e guardo la scena: miniatura di un’apocalisse.
C’è qualcosa d’indecifrabile che mi corre su per la schiena, qualcosa di me bambino che risale dandomi un brivido. Con la voglia di aprire, scardinare, scassinare, rompere, tagliare, distruggere, vedere cosa c’è dentro, come funziona, com’è fatto.
Qualcosa d’infantile, con un pizzico d’anarchia.
Osserviamo in silenzio per qualche minuto la pinza meccanica.
Metodica attacca le pareti del vecchio magazzino. Strappa il tetto, stringe una parete, tira, spinge, sforza un poco fino a che le crepe si allargano e un blocco si separa. Il getto d’acqua continuo sulle macerie tiene a bada la polvere.
Fauci meccaniche che sbavano e bramano cemento. Ruggisce il dinosauro di ferro e attacca di nuovo.
Ora il muro è indebolito, ha gioco facile la macchina sul vecchio edificio.
Il mostro ferito non reagisce, il dinosauro si avventa su di lui per finirlo.
Nonostante l’acqua spruzzata dalla ruspa, la polvere si alza lentamente; odore stantio, un misto tra muffa, fieno bagnato e di polverose soffitte abbandonate.
Ci spostiamo sull’altro lato della strada, a distanza di sicurezza, non si vede bene da qui, l’atmosfera che ci rapiva lasciandoci senza parole si assottiglia, i quattro vecchi lentamente tornano al presente, ma ci restano poco.
Ti ricordi quando…
Quando tuo figlio tornava a casa, nero come il carbone, quando faceva i turni alla mescola.
Erano solo pochi anni fa: quando quest’edificio ora abbandonato, senza insegne, né infissi e nemmeno un cartello che ne ricordi il passato o uno che dica dov’è ora la ditta che stava qui.
Quando c’era un ditta che lavorava la gomma. Ricoprivano enormi cilindri d’acciaio destinati alle rotative. Lavoravano diversi tipi di gomma, ne creavano apposite a richiesta. Chi era impiegato alla mescola ne usciva completamente lurido. Non c’era piega della pelle dove la sottilissima polvere nera non riusciva ad arrivare. I più fortunati erano gli operai ai torni, dovevano rettificare i cilindri ricoperti dai compagni. Lavoro sporco, ma nulla a confronto della polvere nera.
Le finestre senza infissi sembrano bocche fissate su di una vecchia polaroid, mentre urlano lo strazio e il dolore che l’edificio prova nell’essere abbattuto lentamente, pezzo dopo pezzo.
Il tirannosauro geme, le sue potenti mandibole non hanno ragione delle travi d’acciaio. Non riesce a stritolare il cemento armato, intervengono in suo aiuto piccoli alieni con le lame rotanti. Osserviamo senza commentare.
E quando c’eravamo noi? Ti ricordi le latte di brodo concentrato che portavamo a casa di nascosto?
Quando negli anni cinquanta la ditta era impiegata nella produzione di concentrato di carne. Bollivano ossa, interiora e forse anche carne, certo non di prima scelta. I gloriosi anni cinquanta; quando tutti lavoravano in una fabbrica di qui, e solo i più sfortunati dovevano andare ancora in città.
Allora era una ditta famosa, la Star era così piccola da non essere nemmeno presa in considerazione. Si dice che lo stesso fondatore della Star veniva qua ad imparare l’arte del tritare e bollire ossa.
Che tempi quelli… ma c’era già la Knorr?
No, macché, non esistevano mica quelli lì..
I pistoni a pressione d’olio fischiano e stridono quando la pinza cerca, inutilmente, di frantumare blocchi di cemento con traversine d’acciaio.
Intervengono gli operai del cantiere con le lame al carbonio per tagliare il metallo. La distruzione avanza senza fretta. Inesorabile, senza appelli.
La tua mamma lavorava qui…
Si, e mio papà l’aspettava fuori del portone, quando poteva, se coincidevano i turni.
Ai tempi del duce, quando scrissero sui muri freschi d’intonaco gli slogan fascisti che accompagnarono per tutta la sua vita questo caseggiato, qui c’era la filanda.
Erano per la maggior parte donne quelle che entravano dal portone. Già allora c’erano forni e caldaie, ma non per bollire carne macinata o cuocere una miscela di gomma e sostanze chimiche. Nell’acqua bollente c’erano i bozzoli dei bachi da seta. Non c’erano diritti, solo doveri. Lavoro duro tra vapore e caldaie, mani lacere e sanguinanti, sudore e vapore per dieci o dodici ore al giorno. Miglioravano le condizioni se si passava dalla bollitura alla zona allevamento. Ma non di molto, anche qui i bachi da seta dovevano stare in un ambiente caldo e umido.
E quando uscivano queste donne in età da marito, andavano a rinfrescarsi nella piazza adiacente la filanda.
Qui si riposavano, si rinfrescavano bagnando i piedi nudi nella roggia d’acqua piovana.
Qui incontravano i giovanotti, i corteggiatori.
Pudicamente si sfioravano i piedi.
Un approccio visibile a tutti.
Tutti ne avrebbero parlato, e loro: il giovane e la giovane operaia presto avrebbero avuto il permesso di parlarsi. Lui avrebbe trovato casa, lei si sarebbe curata le mani, curato la casa e sfornato il primo figlio otto mesi dopo il matrimonio.
Niente resiste alla voracità del tirannosauro, la bocca spalancata addenta senza pietà, mai sazia.
Ascolto questi vecchi risalire il tempo con i loro ricordi.
Hanno gli occhi lucidi ,pieni di ricordi.
Non posso capire, io lì sono solo un bambino che guarda i cartoni animati.
Ho gli occhi spalancati, pieni di sogni.
Jun 25 2003
Hai pianto questa notte.
Non ti ho nemmeno sentito, troppo preso com’ero a sognare lei
Inequivocabili i segni questa mattina.
Hai pianto.
E quasi immaginavo sarebbe successo.
Non ti ho ascoltato quando chiedevi attenzione.
Nemmeno una carezza per sopperire ai tuoi bisogni.
Si, ti ho considerato un fastidio nella tua inflessibilità.
Lo ammetto: troppo spesso ti ho usato solo per i bisogni più impellenti.
E tu questa notte hai riversato tutto.
In silenzio.
Senza preavviso.
Senza alcun piacere nel farlo.
…tu chiamale se vuoi, Polluzioni
Jun 25 2003
Sono in sospeso.
Qualcuno ha premuto il tasto pause?
Sono in attesa di non so cosa.
Fa caldo, ma non ho fastidio, lo godo questo caldo.
Mi crogiolo al sole bombardato dagli ultravioletti, nella speranza non di abbronzarmi, ma di schiarirmi, non la pelle che a ragione richiama quel poco di melanina a disposizione. L’anima. Cercando d’imitare la pigmentazione di quel giornale lasciato sulla poltroncina per tutto il mese. Un fantasma diurno.
Impossibile ritornare al candore precedente l’esperienza. Vorrei cancellare ogni traccia di sapere restando sotto questa luce intensa. Come una eeprom voglio essere azzerato, resettato.
Vorrei non sapere.
Disimparare i preconcetti.
Non sopporto i preconcetti.
Giudicare prima di sapere è insopportabile.
Ma Capita. Certo spesso capita di sentire a pelle qualcuno, qualcosa, riconoscere le situazioni per esperienza.
Troppo spesso sono preconcetti.
Nozioni fastidiose, pulce nell’orecchio, dogmi altrui inculcati non con la forza ma con la perseveranza della goccia che scava la pietra.
Non mi si venga a dire che certe cose entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Non è vero. Sporcano la coscienza e qualcosa rimane. Un pensiero inizialmente così sottile che nemmeno si nota, si allunga agile e invisibile tra i processi mentali. Si nasconde dietro le certezze ingarbugliando i pensieri più semplici e lineari. E quando metti alla prova un principio lui è li. Un preconcetto, una cosa sentita e creduta dimenticata che ti fa vacillare. Una frazione di secondo, ma tanto basta. Crea imbarazzo, insicurezza, dubbi che credevi ormai lasciati alle spalle si sono ancorati a quell’esile filo e tornano a galla, impigliati, non voluti, come residui marini sulla catena d’ancoraggio.
Chi ti parla sente lo “stacco“, quel secondo d’indecisione, non capisce quale dubbio o reticenza tu abbia, ma sente che c’è qualcosa di sbagliato nella tua reazione. Inevitabile che anche i suoi preconcetti, le insicurezze prendano a muoversi a richiamare sedimenti dal fondo delle proprie esperienze, di solito negative in questi casi.
Termina qui la comunicazione, lo scambio, per dare inizio ad una partita di cose non dette e sottintese o ipotizzate.
Come una partita a tennis si lancia la palla oltre la rete, ma le valutazione errate si accumulano, la pallina s’ingrossa come una valanga, al punto che risulta impossibile rilanciare.
Perdono tutti, non importa chi ha rilanciato, forse proprio chi non rilancia è più vicino al successo. Ma non è l’astensione che porta a vincere la partita. Perché non è vincere che conta, ma giocare.
Forse la soluzione è cambiare palla.
Dare più opportunità al prossimo e di conseguenza a noi stessi.
Ricominciare usando i preconcetti come filtri. Tutto quello che rimane impigliato non va accumulato e scartato, ma compreso e assorbito: un preconcetto può diventare esperienza e creare le basi solide per future certezze?
Forse, ma bisogna esser bravi: a comunicare con gli altri e con sé.
Chiudersi a riccio e fare l’orso è ammettere la sconfitta e non voler più giocare.
Stupido oltre che perdente.
Jun 24 2003
Capiterà un giorno…
che per curare il raffreddore
ci tapperanno il naso.
Jun 23 2003
Distrazioni.
Lui mi parla delle sue ultime avventure con quel suo linguaggio becero, grasso e volutamente volgare.
Io osservo ai miei piedi un sassolino.
Mi chiedo dove possa essere il resto del gruppo, la ghiaia fa sempre gruppo, non girano mai soli.
E poi penso che potrei anch’io raccontare qualcosa e non fare scena muta.
Che, così facendo, rendo l’impressione sbagliata.
Magari pensa che sono impressionato da tanto fervore nel descriversi.
Sono solo indignato dalla confidenza che si è preso, ma durerà poco. Lo so, poi dirò una parola e rovinerò questa grandiosa parata che ha messo in scena per me.
E il sassolino è ancora lì.
D’improvviso conosco la sua storia.
Del tempo in cui era tutt’uno con il resto della terra, di quando sopra di lui pesanti coperte di bruno terriccio lo corpivano, degli alberi che lo carezzavano con le loro radici, portando notizie dal mondo di fuori.
So la storia dei suoi fratelli maggiori, che fan bella mostra di se in una hall.
E dei minori, che son dispersi nel mondo a far vialetti sdrucciolevoli.
Mi chino, raccolgo la minuscola pietra.
Lui mi guarda e chiede cos’è.
Bè -dico io- se togliamo le balle, quello che rimane del tuo fine settimana possiamo scriverlo qui sopra.
Vedi… c’è anche lo spazio per la firma.
Jun 21 2003
~ Ti manca l’autoironia.
» Ma ho l’autoillusionismo.
~ Non è la stessa cosa.
» Vero, ma tu puoi riderne ugualmente.