Jul 31 2003
Per passare a Sky Tv chiama il numero…
Per passare a Sky Tv chiama il numero 800202727
No dai, chiamami tu.
Così mi dai i miei dati.
Magari ricordo anche perchè mi sono abbonato.
Jul 31 2003
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No dai, chiamami tu.
Così mi dai i miei dati.
Magari ricordo anche perchè mi sono abbonato.
Jul 31 2003
Ieri sera al Warner Village per vedere The italian job.
Carino, anche se a dire il vero mi aspettavo qualcosa di più trucido, non la solita commediola dei ladri buoni contro i cattivi.
Bello l’effetto sette gennaio, offerto senza variazioni di prezzo. La prossima volta porto il piumone, così evito che la colonna vertebrale si trasformi in un calippo.
Incantato da Charlize Theron, che attrice! Quattro espressioni quattro, ma oggi con il digitale, si sa, riescono a fare cose incredibili, per un momento ho pensato fossero addirittura cinque. Ma no, quattro bastano e avanzano.
Stellette? Nessuna, però ho un discreto mal di testa.
Jul 30 2003
Gennaio
Marzo
Maggio
Luglio
Ohè sciur Splinder!
fregherai mica le ferie adesso?!
Jul 30 2003
Esco per spese veloci, prendo la moto.
Il distributore dove faccio di solito rifornimento è chiuso, peccato, mi vedrò costretto ad armeggiare con il portafoglio come tutti i comuni mortali, però non ad un self-service. Posso configurare una rete domestica, ma ho gravi problemi con i distributori automatici di carburante, almeno con quelli italiani.
Punto verso il paese vicino, anche se l’ultima volta che ho fatto benzina da quelle parti giravo con un Peugeot che imitava un Ciao senza riuscirci molto bene.
Non sembra nemmeno il paese ch’era un tempo. Mi domando quanti anni sono passati: strade nuove, intendo proprio nuove, prima non c’erano. Vecchie osterie sparite, bar centenari ora trasformati in banche. Insomma, il progresso.
Spero di trovare ancora il vecchio distributore, non si sa mai che lo trasformino in un acquapark o che so io…
Ci arrivo dopo due svincoli mai visti prima, mi domando dove portano quelle strade, possibile che il paese sia tanto grande?
Comunque sono contento, non è un selfservice, è aperto e c’è l’omino che ti serve. Si, ho una grave incompatibilità di carattere con le pompe di benzina, che ci posso fare…
Euforico per le fortunate coincidenze, in un eccesso di simpatia urlo, da sotto il casco: Pieno, che la bimba ha sete!
Lui, l’omino della benzina, faccia rugosa cotta dal sole, da far invidia al marinaio più incallito, sembra un marocchino ma è più lombardo di me bossi e berlusconi messi assieme. Mi guarda e sorride, trasformando quel piccolo viso sotto il cappellino in un oceano di rughe che non può che destar simpatia.
“Altro che bimba” dice guardando i quattro cilindri, “questa cià le tette, e belle grosse” e ancora tutte quelle rughe a rincorrersi tra le labbra e gli occhi.
Ho sorriso anch’io, sebbene da sotto il casco non fosse molto visibile.
Non ricordo una sola volta, prima di questa, d’aver sentito dire tette senza sottointesi volgari.
In ogni caso:
La moto ha tette.
La moto è mia.
Io ho le tette.
Bè… grazie!
Ma dei glutei scusi? Con tutti gli Squot che faccio…
Jul 28 2003
Samo reci a i dolazim ti ja.
Quanto mi piace crederlo, quanto mi è impossibile farlo.
Non so cosa ho scritto ma ci ho provato
Jul 26 2003
Se non sogno ad occhi aperti.
Se mi ritrovo a guardare solo la realtà.
Se il quotidiano esonda travolgendo gracili argini di fantasia.
Che mi rimane?
Rimane un viso confuso, visto di sfuggita.
Forse il mio allo specchio questa mattina.
Il tuo No. Non c’eri questa mattina, né mai.
Rimane un’idea balorda.
Forse la stessa di dieci o venti anni fa.
Non ho aggiornato idee e convinzioni.
Sono un rifugiato emotivo in uno stato dove la fantasia è al potere.
Scappo, ma non riesco mai a perdermi.
Rimangono i fianchi scoperti.
Vergogna e disfatta, ecco cosa sono.
Brucia. Oh, No. Come brucia non lo saprai mai.
Rimango io.
Anche se non so che farmene.
Tu non esisti più.
Nuovi mondi sono stati creati, nuove stelle accese, niente di te è stato detto agli abitanti di questi universi.
Eppure c’è chi ancora chiede di te.
Forse sono io che porto le tue spore.
Se non gioco con i miei sogni.
Se devo gridare piano.
Se devo misurare, valutare, smussare, ingentilire.
Se ogni cosa deve essere parallela al mondo di fuori.
Se anche qui devo aprire gli occhi per vederti.
Io qui non ci sto più.
Jul 24 2003
In rete cerco di tutto, in particolare quello che non conosco (il latino ad esempio) ed eventuali riferimenti.
Ho trovato questo (grazie a Pandora), mi è piaciuto e lo metto qui.
La risposta di Terenzio nella commedia Il punitore di sé stesso:
Homo sum: humani nihil a me alienum puto.
Cremete: La nostra conoscenza, in verità, è di fresca data: è incominciata quel giorno in cui hai comprato un terreno qui presso, e fra noi non c’è stato altro rapporto. Eppure, un po’ il tuo merito personale, un po’ la vicinanza che io credo confini con l’amicizia, m’induce a darti un avvertimento, con tutta franchezza e familiarità: perché mi pare che ti comporti in modo non adatto né alla tua età né alle tue condizioni economiche. In nome degli dei e degli uomini che cosa pretendi? Che cosa vai cercando? A quanto mi pare, devi avere sessant’anni o anche di più; in questi paraggi nessuno possiede un campo migliore e di maggior prezzo; hai parecchi servi, e sbrighi da te con ogni cura i loro servizi, come se non ne avessi neppure uno. Mai ch’io esca da casa tanto tardi da non vederti nel fondo a zappare o ad arare, o a trasportare qualcosa. Insomma non dai requie un momento e non ti usi il minimo riguardo: sono sicuro che non fai tutto ciò per divertimento…
Menedemo: Cremete tantra libertà ti lasciano i tuoi affari da poterti prendere a cuore quelli degli altri, che non ti riguardano per nulla.
Cremete: Sono un uomo e penso che nulla di quanto riguarda gli uomini mi sia estraneo.
Fa conto che il mio sia un avvertimento oppure che io ti ponga un quesito.
Hai ragione tu? Allora devo anch’io fare come te.
Hai torto? Allora devo dissuaderti.
Menedemo: Io agisco secondo la mia convenienza: tu fai secondo la tua.
Cremete: Può mai esserci convenienza, per un uomo, a tormentarsi?.
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Jul 24 2003
Mi capitava molto tempo fa: guardavo una mano -una delle mie- o un piede. E fissando l’arto per un certo tempo, come succede a volte con le parole che ripetendole continuamente perdono di significato. Mano o piede che sia, diventava alieno, qualcosa che non aveva a che fare con me. Vedevo un essere autonomo sottomesso temporaneamente alla mia volontà.
Orripilante la vista e affascinante la capacità -forse perduta- di arrivare a tanto.
Oggi, per curiosità, sono andato a spulciare la pagina del blog -il mio- che ultimamente è tra le più viste dai visitatori provenienti da Google.
Mi sono letto.
Ho rivisto la mia mano aliena.
Jul 23 2003
- La colpa è che oggi non c’è più la… la..
- Che i giovani non ne hanno più di … di…
~ Fede?
- Ecco, fede, non c’è più fede.
~ Tu invece ti eri solo scordato il nome…
Jul 23 2003
Il Re di zucchero sorrideva. Le gote rosse alla ciliegia ed i baffi, come i capelli d’altronde, di zucchero a velo, ornavano quel viso paffuto dove fissato da mano ignota, stazionava un sorriso sempiterno.
Il soldatino di piombo, ammaccato e senza lo smalto colorato a distinguere il reggimento o la compagnia, non riteneva degno che lui, così provato da tante battaglie, fosse agli ordini di un Re dolce e sorridente.
Il Re sorrideva, e non dichiarava guerre, non ordinava parate, non dava disposizione alcuna alle truppe. Sempre più indignato il soldatino, si vergognava d’essere agli ordini di una maestà così modesta.
Quando Vittorino, infangato e nero come il carbone, tornò a casa, la madre lo fece subito spogliare e senza troppo badare agli strilli che uscivano dalla parte tonda e riccia del bambino, che per un momento dubitò fosse il proprio figlio, lo mise in una delle grosse tinozze usate per lavare le spesse lenzuola dei ricchi signori che serviva con devozione.
Solo quando Vittorino fu ripulito dalla fuliggine e dal fango, che la giovane lavandaia lo riconobbe.
E fu solo allora, dopo aver punito per bene il figlio, con scappellotti dal timbro così perfetto da poterne fare uno strumento musicale, che il giovane Vittorino fu messo all’angolo, tra le scatole di sapone e il sacco della sabbia che la madre usava per nettare le vergogne sui panni altrui, che le vesti del giovane furono prese con una verga e gettate in un mastello per essere lavate.
La lavandaia non immaginava che nella larga tasca della blusa, il giovane tenesse dei pupazzi, né Vittorino se ne ricordava, gli scapaccioni della madre infiammavano le guance e ancor più il suo orgoglio.
Fu così che il soldatino e il Re di zucchero si ritrovarono immersi tra scure, unte, tiepide acque.
La lavandaia rimestava quel brodo scuro con la verga. La polvere di carbone, sapeva bene lei, a contatto con le sue mani gualcite e porose dai lavaggi continui, sarebbe penetrata a fondo, macchiando poi i panni stesi, con delle piccole macchie scure.
Era già capitato che le mogli dei padroni le ritornassero panni profumati e ben lavati, perché uno strano alone ne deturpava il candore.
Il soldatino fu ben felice di vedere il Re di zucchero scivolar fuori della tasca e perdersi nello scuro gorgo, poco si curava delle vergate che infliggevano al suo corpo storpiature che nemmeno mille guerre avrebbero potuto causare.
Il Re di zucchero, placido e sorridente, si sciolse senza opporre resistenza.
Il soldatino superò l’ardua prova. Quando il mastello fu svuotato il soldatino ormai ridotto ad una sagoma confusa, rimase incastrato tra le griglie di un tombino.
Lo stagnino passando dal cortile della lavandaia per tornare a casa, e che non sapeva mai che dire a quella bella donna dalle forme generose e profumata di lavanda, colse dal tombino quella che gli pareva una biglia ammaccata e schiacciata. Riconobbe che, qualsiasi cosa fosse un tempo, era in ogni caso piombo, buono per farci una saldatura. Quando alzò gli occhi vide la lavandaia osservarlo con fare interrogativo.
“Danaro o talismani, qualsiasi cosa è da restituire ai padroni”
Disse lei severa.
Lo stagnino, uomo timido con le donne, colse l’occasione per avvicinarla.
Porse la biglia ammaccata alla lavandaia.
“è solo un pezzo di piombo”
Nonostante la donna fosse affaticata dalla giornata di lavoro, e il sudore imperlasse la sua fronte, lo stagnino la trovava incredibilmente provocante, con quello sguardo duro, pronto a scoppiare in una risata.
E così fu, scoppiò in una fragorosa risata.
“voi uomini, sempre a giocare e raccattar cianfrusaglie!”
Rise con lei, gettando il soldatino creduto biglia, nella sacca degli avanzi, con altri ritagli di stagno e piombo.
Vittorino perse un Re, un soldatino e la cena, in cambio avrebbe presto avuto un nuovo papà.