Archive for August, 2003

Aug 31 2003

Donne in cerca di…

impanato uzi e allegato in Post it

Rapido ed essenziale, come ha d’esse ‘n blog.
Lei è tornata
Lei No.

Un ardito commento

Aug 31 2003

Re di zucchero

impanato uzi e allegato in In my mind

Le foglie lucide riflettono i primi raggi di sole, una giornata che si annuncia splendida per andare a giocare con gli amici.
Guardando alla base dell’albero, dove le radici gonfiano il terreno, fino a spostare le ruvide pietre che pavimentano il cortile. Vittorino si chiede se veramente, come ha raccontato tante volte la madre, suo padre piantò quell’albero il giorno che lui venne al mondo. Sembra strano che l’albero sia tanto grande e forte da smuovere le pietre che lo circondano, e lui così piccolo e gracile.
«Forse perché corro tanto e invece dovrei star fermo, come dice sempre la mamma» pensa il piccolo.
“Vittorino” strilla sua madre, destandolo dai propri pensieri.
“Allora, mi raccomando Vittorio, passa da dietro e bussa forte, digli che sei il figlio della lavandaia, consegni il cesto, e poi torni subito a casa. Subito. Capito?”
Vittorino, che non si sentiva mai chiamare con il suo nome, se non dalla madre e solo nelle occasioni importanti, fece cenno di si con la testa, senza proferir parola.
Intimidito dalla madre temeva di sbagliare qualcosa, e già immaginava un ricco signore, grasso e sudato, che rabbiosamente puntava il dito, sgridandolo per qualsiasi motivo. Con queste fantasie s’incamminò sotto il sole per le vie sterrate e sassose del paese. Dai campi i contadini che riconoscevano il piccolo, lo chiamavano a gran voce. A volte chiedendo della madre, dicendo di portare i saluti, qualcuno un bacio. Altri burlandosi di lui, chiedevano se da grande volesse per caso fare il lavandaio. Vittorino salutava chiamando per nome ognuno di loro, senza mai staccare le mani dalla cesta, che reggeva tendendo i muscoli ben più del necessario.
Arrivato a destinazione, non fu necessario bussare. La vecchia cuoca, intenta a raccogliere verdure nell’orto padronale, chiamò strillando la domestica, che a sua volta gridò di non urlare, che infastidiva il conte.
Vittorino scrupolosamente pulito e ordinato dalla madre, che temeva di far brutta figura presentandosi ella stessa, fu fatto accomodare in cucina. Un locale tanto grande, adibito ad un unico scopo, Vittorino non lo aveva mai visto.
La cucina aveva un grosso camino, due grandi stufe, un lavello lungo quanto un abbeveratoio, una credenza che occupava l’intera parete e un tavolo di legno al centro della stanza. Dove lo spazio non era occupato dai mobili, c’erano sacchi di farina e d’orzo, mensole e ripiani stipati di vasi, ciotole e ampolle, se avesse imparato a leggere, Vittorino avrebbe anche saputo cosa fossero tutte quelle polveri colorate e i semi dalle forme più disparate.
“Prendi la cesta e vieni con me” Disse la governante, facendo sobbalzare Vittorino, che distratto dalle spezie, non l’aveva sentita arrivare.
Mentre la governante personale del conte faceva strada; con il viso perennemente accigliato in una smorfia di preoccupazione, come se ogni responsabilità per mantenere in ordine e pulita la casa, non solo gravasse su di lei, ma ella stessa si dovesse occupare di eseguire ogni più piccolo lavoro. Cosa che mai le capitò di fare da che mise piede in nella residenza del conte. Vittorino ammirava ora i pavimenti di marmo lucido; che a lui sembrava la neve liscia e sporca di carbone sopra la quale d’inverno, giocava a rincorrersi scivolando lungo i viali ghiacciati del paese.
Ora i candelabri d’orati, che mai ne aveva visti di simili prima d’ora, e pensava che di notte in quella casa non avessero bisogno di candele, tanto era il luccichio che proveniva dal metallo. Non capiva perché, ma i quadri, oltre che alle pareti, in quel posto erano appesi anche al soffitto, non ovunque però, in cucina, infatti, non c’erano. Attraversando il corridoio Vittorino sbirciava nelle stanze, vedendo anche lì cose mai viste prima. Lo studio del conte, scuro nella penombra delle gelosie accostate, era, oltre che pieno di libri, ricoperto interamente in cuoio, immaginò che l’intera stalla del suo vicino, con cinque vacche e due vitelli, non sarebbe stata sufficiente che a coprire la metà di quella stanza. Le stanze da letto erano al piano superiore, e salendo le scale, la governante fece segno di non camminare sul tappeto prezioso. La governante saliva silenziosamente, mentre Vittorino colmava il corridoio sottostante e le camere al primo piano, col rumore secco delle suole rinforzate da bordini in metallo.
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Chi tace acconsente

Aug 29 2003

Esplorando

impanato uzi e allegato in Post it

Monologo di un’esploratore solitario

Chi tace acconsente

Aug 29 2003

Quanto da in Google

impanato uzi e allegato in Post it

devo averlo letto qui ma sul momento non rimasi molto colpito.
Il fatto che mi ha stupito è che gestisce anche pesi e misure; oggi cercando un sito o un riferimento qualsiasi per convertire 16 miglia in km, ho inserito la seguente stringa “16 miles in km” e: sorpresa.
Lo so, arrivo tardi, ma son contento lo stesso.

Chi tace acconsente

Aug 29 2003

Bricolager

impanato uzi e allegato in SubRoutine Quotidiane

Senza preavviso sono cominciate le operazioni di restauro.
Rigorosamente fai da te.
Depositario di sconosciute qualità manuali, sono eletto mio malgrado al settore risoluzioni problemi e recupero materiali.
Oltre al mancato preavviso, che psicologicamente avrebbe forse recato più danno che prepararmi al drammatico, quanto grottesco, evento, le operazioni di restauro procedono secondo regole oscure, dettate forse dalla fantasia che gli utensili stimolano; un martello può deviare l’attenzione e dal ripulire pertugi si passa all’istante a pestar chiodi. Una lampadina stuzzica l’elettricista che c’è in lui, un graffio sul muro e appare lo spirito dell’imbianchino.
Dopo un momento di smarrimento, dovuto alla scoperta di una tubatura incrinata. Questa molestava con il suo getto alcuni pannelli di legno riciclato, e dopo aver chiamato l’idraulico di fiducia; il pensionato che si arrabatta in lavoretti saltuari, salvo non essere occupato in cantiere, dove monterà una sessantina di bagni in pochi giorni, avendo tempo perché in pensione. Si prefigge la prima meta comune, un centro del fai da te, completamente dedicato al mondo dei legnami. Qui il nostro coordinatore si perde nel settore dei collanti universali, dove trova un suo antico amore, la siringa al silicone. Ripreso brutalmente dal suo divagare, ci avviamo alla scelta del materiale per la sostituzione dei pannelli.
Altro settore altro amore. Tra le tavole di legno alla ricerca del “pezzo” giusto, quest’uomo estrae a sorpresa lo strumento di misura. Comincia così una danza tribale tra una lastra di pino e una in composito, tra le assi impregnate di sostanze isolanti per cantieri edili, e le più raffinate, trattate con vernici idrorepellenti.
Si piega, si abbassa, si alza, si tende, un passo a lato per passare al modello seguente e ripetere le stesse mosse.
Cerco un bongos per dare ritmo e velocizzare il ballo rituale, scopro che non c’è una sezione afro-cubana e mi adeguo all’andamento lento.
Dopo aver scrutato anche tra i fondi di magazzino, la scelta cade sul modello in prima fila. Come in un film, il primo ad essere scartato è il vincitore.
Fine? Speranza vana, no, c’è da rifare il taglio perché non in misura.
Lui sa la strada, conosce il posto, è di casa, mi porta al settore taglio, dove siamo accolti da un signore indaffarato e poco propenso ad ascoltare le nostre richieste. Qui nota un’altra serie di legnami, differenti per materiale, spessore e disponibili nelle misure richieste. Il suo viso s’illumina, ispirato dalla disponibilità dei differenti materiali e misure, si appresta ad estrarre il gingillo misuratore per dare il via ad una nuova cerimonia.
Onde evitare altri tentennamenti, cerco di prendere le redini della situazione e selezionare in tempi brevi la futura tavola, cosa che, inaspettatamente, mi riesce.
Ordinato il materiale non ci resta che ritornare a casa, ben sapendo che sarò presto di ritorno in quel magazzino. Nei prossimi giorni la ricerca di seghetti, lame, viti, e tutto quello che mente umana può ricordare di un catalogo di bricolage e giardinaggio, occuperà le mie giornate.

Chi tace acconsente

Aug 28 2003

Piccolo. Spazio. Selinità

impanato uzi e allegato in SubRoutine Quotidiane

Osservo un puntino luminoso, nel cielo scuro sfumato dai riverberi di lampioni intransigenti, quasi si confonde con gli aerei di linea. Marte non è stato mai così vicino. Non per noi viventi.
Non ricordo chi, Forse Clifford D.Simak, o Ray Bradbury, non Asimov di sicuro, disse che da giovane guardando quel puntino rosso, sentiva nostalgia di casa.
A mia volta giovane, invidiai per anni quel sentimento.
Sognavo, allora, avventure spaziali, ridimensionate ad avventure, poi a sogni.
Quando ho smesso di sognare, ho sentito nostalgia di casa.

Chi tace acconsente

Aug 27 2003

Giornalismi

impanato uzi e allegato in Pura Fuffa 100%

C’è chi i blog…
E chi no!
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Chi tace acconsente

Aug 26 2003

Eris

impanato uzi e allegato in In my mind

gatto miagola nella notte
lenzuola sgualcite
un letto mezzo vuoto

Chi tace acconsente

Aug 26 2003

Ho letto di te

impanato uzi e allegato in In my mind

Il carrello traballa sull’ asfalto grezzo, pensi che il suono attiri l’ attenzione, dai un’ occhiata ma nessuno ti osserva. Abbassi di nuovo lo sguardo, torni ad osservare il guanto trasparente posato sul fondo del cestello, pensi alle persone che lo hanno lasciato: una famiglia normale; lui annoiato, considera tutto quello che non lo riguarda una perdita di tempo. Lei; considera la possibilità di preparare oggi stesso i precotti appena acquistati. Sogni la normalità e di lei brami tutto, anche la noia.

L’aria ha da principio l’odore umido e fresco della verdura, si mischia poi a quello dei detersivi, della plastica e di matite del settore scuola.
Gli aromi mescolati formano l’inconfondibile odore da discount del martedì. Questo non è brutto come altri, non ha gli scaffali grezzi sporchi di residui appiccicosi persi dalle confezioni, hanno anche qualche prodotto di marca, anche se quella volta che lo hai provato era scaduto, ma poco importa, sapevi di non rischiare molto.
Attraversi i settori indifferente, non sei lì a perdere tempo, la tua è una toccata e fuga, hai sempre fretta d’uscire, abbandonare il luogo del delitto. Procedi speditamente, il carrello non sobbalza e galleggia spedito sulle mattonelle color crema. Non alzi lo sguardo, non c’è curiosità, solo voglia di fare in fretta, che nessuno ti noti, e preghi un dio in cui non credi, che nessuno tra i tuoi conoscenti venga proprio qui a fare la spesa. D’altronde lo hai scelto proprio per questo; nessuno di quelli che conosci frequentano un discount.

Arrivi finalmente tra i tuoi scaffali; luogo di peccato e infamia. Un vicolo dove lo spaccio è un self-service, con musica di sottofondo e del tutto legale. Non devi nemmeno scegliere, sai già cosa prenderai: biscotti economici, merendine economiche, caramelle morbide in pacco gigante. Variazioni sul tema; pizza precotta congelata, pizzette, focaccine. Anche del cioccolato, ma non sempre, costa troppo e anche quando decidi di prenderne qualche barretta, scegli quelle sottomarche con il simbolo del discount. La tua famiglia normale e immaginaria potrebbe fare colazione per un mese.
Il carrello è quasi pieno, fatichi a spingerlo, hai il fiato corto e sai che non è solo colpa delle sigarette, qualcosa non funziona bene anche da quelle parti. Cinicamente pensi che il male si spanda lentamente, dopo la testa prenda il sopravvento anche degli organi. Una depressione ai polmoni pensi ridendo, anche se l’espressione del viso non muta, in realtà non stai nemmeno ridendo.
Tu non ridi.

Alla cassa accumuli dolciumi sopra dolciumi, probabilmente la cassiera ti conosce, ma non le hai mai rivolto la parola, non chiedi i punti fedeltà, non mostri i segni per cui qualcuno dovrebbe darti confidenza. Probabilmente sospetta qualcosa, tutti sospettano qualcosa, ma nessuno si fa avanti e in fondo hai fatto il callo anche alle tue paranoie.
Che pensino e credano quel che gli pare. Non risolverebbero comunque i miei problemi, non sarebbero altro che dei patetici pupazzi pieni di boria e inutile retorica.
La solitudine è il tuo vero e unico pane quotidiano. Nessun colpevole, tranne te.
Inutile, tutto è inutile, non puoi rinunciare.
Questo pensi mentre carichi i pacchi nel baule.
Tornando a casa pensi al discount del mercoledì, quale tralasciare dalla lista questa settimana, quali cassiere supponi ti conoscano, ed hai il terrore che capiti un incidente con il baule pieno. Un incidente che non sia mortale.
Invece cerchi di non pensare all’orgia che ti aspetta questa sera, ti fai pena, così debole e dipendente, incapace di reagire. E poi quasi felice per questa tua condizione, perché hai il controllo quasi totale, ed in fondo non fai male a nessuno. Anche se sai benissimo di poter causare dolore alle persone care, e per questo allontani tutti, fisicamente e sentimentalmente. Quanti anni sono passati dall’ultimo abbraccio? Non lo sai, ed è come se fosse tutta la vita. Ma non importa, hai la tua forza e la tua valvola di sfogo.
Nessun colpevole, tranne te.
Questa notte, dopo aver peccato, rovescerai tutto nel tuo bianco confessionale, cercando d’estirpare il dolore, persino l’anima vorresti che uscisse, senza vivresti meglio.
Se questo è vivere.
Poggiando le mani sulla ceramica, senza fiato, con il cuore impazzito, mentre un rivolo di sudore corre verso le ciglia aggrottate, ti chiedi quanto durerà ancora.

Non sai perché ma devi scontare le tue colpe, pagare per i tuoi peccati, quali essi siano: d’esistere, d’aver pensato a te come uguale agli altri, d’aver cercato di migliorare, di essere così come sei.

E tu; giudice giuria e boia, sai bene che non ti perdonerai mai.

Chi tace acconsente

Aug 24 2003

Poche chiacchiere

impanato uzi e allegato in Looking for...

Abitudine. Routine. Capita sempre così alla fine.
Anche all’inizio certe volte.
Non ho idea di cosa ti è passato per la testa.
Certo non mi è piaciuto per niente.
Rimasto male? No. Cioè, un po’ si.

Sembriamo persone normali che s’incontrano e si fanno compagnia.
Chiacchierano distrattamente, come se niente fosse.

Sono passati più di dieci anni dalla prima volta che ci siamo seduti da qualche parte a parlare. Allora non c’era nessuno nella tua vita, solo ricordi di un lui lontano. Passa il tempo e abbiamo discusso su tutto: la maturità, di quanto ti tremavano le mani, di quanto hai pianto per quel voto “politico” con cui hai passato la prova. L’università, l’amore ritrovato sul bus. Le scappatelle recuperate al volo, grazie ad un passaggio -Quella volta il treno, quello vero, l’avevi perso tu- ed io come un imbecille a rassicurarti, che la prima volta non devi aspettarti i fuochi artificiali, cercando di rassicurarti su cose che nemmeno conoscevo. Ti portavo da un altro, consapevole che di me non volevi saperne, non era il momento, non era “giusto”. Parlavamo di lui, di quanto ti faceva stare bene. E dopo pochi mesi: sparlavamo di lui, di quanto era stronzo.
Ed io sempre ad assecondare i tuoi umori, cercando di non recare danni peggiori. Ma tu i danni non hai mai cercato di evitarli, avevi già deciso di saltare, perché sapevi che dall’altra parte c’era già un materasso ad attutire la caduta.
Ricciolo, più maturo, serio e palestrato. Questo dura a lungo, ormai hai fatto le ossa e sai resistere alle costrizioni, il guinzaglio ti da meno fastidio, purché non stringa troppo, e tu sai come fare per tenerlo ben allentato e nascosto sotto un foulard di Luis Vuitton.

Hai chiamato a capodanno, due ore prima della festa, forse eri veramente sola, non lo so, ma ho preferito rinunciare, consapevole di quanta distanza c’è ora fra noi. Qualche volta ho chiamato io, sai bene che in fondo ti adoro, e per quel “No” mi struggo ancora oggi. Passa il tempo, forse cambiano le cose, ho detto si, OK, arrivo. Solo per le solite quattro chiacchiere, meglio che rimanere qui davanti a spulciare siti internet alla ricerca del nulla.
Ma che stupido.

Non mi offendo se rimani a parlare con gli amici d’amici, come non mi stancavo quando andavamo a fare shopping nei centri commerciali.
Ricordo che risparmiavi sulle scatolette di tonno per poi sperperare capitali in sali da bagno e candele, tu che fai sempre la doccia. Li hai poi usati quei sali?
Ho una pazienza infinita? No, non ho niente d’infinito, anche la passione per te è scemata ad una semplice affettuosa amicizia. Mi piace e fa comodo crederlo.
Mi da fastidio non capire; cosa cerchi, a cosa ti servo, cosa vuoi da me.
Vuoi compagnia mentre guardi sfilare i passanti in cerca d’amici e conoscenti?
Vuoi una compagnia parlante, quella che non può darti il cane?
Cerchi di passare qualche ora nell’attesa di solo tu sai cosa?

Non ho di meglio da fare è vero, ma posso trovare qualcosa, che ne so, pulire un lampadario o preparare gli addobbi per il natale.

Sono un po’ acido scusa, ma parlare del tuo cane che abbaia al gatto del vicino, del coniglio nano che si è ingrossato fino a sembrare un coniglio normalissimo, forse un po’ viziato. Delle tue vicissitudini professionali, della macchina comprata nuova d’occasione, perché il venditore era un tipo così, un po’ simpatico, e probabilmente hai fatto gli occhi dolci; promesse velate che sai bene non manterrai, solo perché ti piace giocare con certe persone, e farle cadere in una trappola che quando scatta non fa poi tanto male.
Sono tutte cose che non so, vero. Ma in fondo non me ne frega niente.

Ricordi come parlavamo un tempo? Eravamo in confidenza stretta, non c’erano segreti, e spesso litigavamo per questioni stupide, pignoli e testardi alla fine era una gara a non cedere. Era diverso. Non c’è più niente ora, solo il ricordo.

Restiamo amici, non incontriamoci più.
Ci sentiremo a natale, capodanno e compleanno. Al massimo mi manderai una cartolina da uno di quei posti esotici che frequenti due o tre volte l’anno.
Non roviniamo i ricordi con un presente di plastica.

Sembriamo persone normali che s’incontrano e si fanno compagnia.
Chiacchierano distrattamente, come se niente fosse, ma siamo le copie vuote di due persone che un tempo erano legate da qualcosa, che ora non c’è più.

Per fortuna a questo mondo valgono le apparenze, e tu fai sempre bella presenza.
Io mi sforzo, ma non avrò mai due tette così.

Con difetto d’affetto.
gio’

Chi tace acconsente

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