Un lavoro certosino. Tagliare un pezzetto di nastro rosso, unire le estremità con due punti di graffetta, passare al nastro bianco, ripetere l’operazione inserendo l’anello precedente prima di chiudere. Ripetere l’operazione per ottenere una collana lunga una ventina di metri. Preparare con gli stessi nastri dei fiocchetti.
Applicare la colonna sulla rete del giardino, sul cancello disporre il nastro in modo da ottenere una X bicolore. Affrancare i fiocchetti su cancello e rete. Otterrete così una simpatica decorazione che dichiarerà la vostra gioiosa partecipazione alla festa del paese.
Sommariamente sono queste le operazioni da eseguire per far parte della massa festante, un lavoro certosino che ogni anno si ripete, rinnovando le decorazioni alternando gli anelli agli intrecci, oppure festoni a V con punto di fuga sul tetto di casa. Impegnativo e probabilmente anche pericoloso, se fatto dalla casalinga smaniosa che corre tra la cucina, dove prepara torte di cioccolata, e la scala da pompiere con estensioni e prolunghe da affrontare con corde di sicurezza o un paracadute.
Credo che in ogni piccola comunità la festa locale è vissuta più nella preparazione, che nel festeggiamento effettivo.
Le donne corrono dal panettiere con immense scodelle colme di un impasto marrone, carico di pinoli, canditi e il cioccolato più puro esistente sul mercato. C’è chi prepara dieci piccole torte, altri solo due ma di dimensioni smisurate, ci sono poi i professionisti del festeggiamento, che preparano dieci piccole torte da regalare a parenti ed amici che non vivono in paese, e tengono per se quelle smisurate, unico valido nutrimento del weekend paesano.
Per tutti vale la regola del: mai soddisfatti.
Le manifestazioni sono tutte puerili, la messa del giorno di festa troppo simile alla funzione delle altre domeniche, le giostre poco divertenti di giorno e troppo rumorose la sera.
La festa del paese una volta si festeggiava la seconda domenica di settembre, ma pioveva sempre, così è stata spostata alla terza, poi all’ultima.
Tutto inutile; piove sempre lo stesso, e se non è una domenica di pioggia, avrà piovuto a sufficienza nei giorni precedenti; i festoni e le decorazioni saranno tristi ed appassiti, a volte persino sporcate dalla terra portata dall’acqua, che inzaccherando i campi dove hanno parcheggiato il tiro a segno e gli altri baracconi, rende ardua l’impresa da parte delle signore di sfoggiare, dopo la messa, gli “eleganti” abiti comprati al mercato ritoccati dall’amica sarta e spacciati come pezzi firmati. Rischiando di rovinare le preziose scarpe di vernice che indossano solo per poche ore l’anno: la festa del paese e la mattina di natale, a volte anche per pasqua, sempre che tra una festa e l’altra, si riesca a smaltire il noioso “gonfiore” che rende quelle eleganti calzature strette e dolorose al punto da non poterle indossare nemmeno per quelle poche ore.
Da piccolo mi piaceva andare alle giostre. Mi piaceva girare in tondo sulla macchina dei pompieri o sul missile, poi crescendo iniziai a preferire il tiro a segno, ma compresi ben presto che i pupazzetti di peluche mi erano regalati per l’enorme impegno e relativa spesa, e non per la precisione della mia mira.
Ancora lontano dal comprendere la mia estraneità a quella festa, sostavo sul bordo pista degli autoscontri, di fianco alle casse enormi dove per ore ascoltavo, assordandomi, le hits di fine decennio.
Un giorno, non so di quale anno, decisi che non ci sarei più andato, ero ancora piccolo, ma non abbastanza da passare inosservato tra i giovani possessori di testosterone. Io a competitività zero, ciccione e pavido, mi ritirai presto e lasciai ad altri il compito d’azzuffarsi in quel pollaio con troppi galli per poche galline.
Dopo la scuola dell’obbligo fu facile perdere ogni contatto con i locali, gli indigeni festeggiavano ed io restavo a guardare: la pioggia inesorabile, i trenini che facevano il giro turistico di un paese che ha come strada principale un provinciale che lo attraversa come un taglio fatto da un chirurgo ubriaco.
Osservavo divertito l’esecuzione della stessa recita, proposta ogni anno nello stesso periodo sotto la stessa pioggia. Per un po’ fu deprimente non partecipare, non essere parte della massa gioiosa e felice ad ogni costo, poi fu piacevole sentirsi estranei a quel bailamme. Infine, dimenticai tutto, associando la festa del paese ai giostrai frustrati e perennemente arrabbiati, e a quelle insopportabili macchine con altoparlante che gracchiando giravano per le vie promovendo incontri, giochi e danze.
Abito in questo paese da sempre, ma partecipo solo al pagamento delle tasse, il resto è solo rumore di fondo.
Quest’anno però anch’io ho i miei paramenti, perfettamente nello standard, gioiosi al punto giusto, senza voler essere più belli degli altri ma nemmeno al di sotto del minimo cattivo gusto. Estetica perfetta e conformata.
Un lavoro lungo e ripetitivo, noioso. Da disfare il prossimo martedì.
Farlo non ha nessun senso per me, ma la mia dirimpettaia sfoggia nastri alle finestre, sul balcone e sulla porta di casa. Siccome la sua casa è facile da vestire a festa, ha chiesto il permesso per fare una collana d’apporre sulla recinzione del mio giardinetto, poi si è lasciata prendere la mano e mi ha infiocchettato anche il cancello.
Guardo divertito tutti questi nastri e fiocchetti spuntare sul perimetro della mia proprietà, mi sento come quando ero bambino e mia madre mi vestiva a festa, con il maglione color carta da zucchero, le trecce ricamate che sembravano fatte apposta per evidenziare la pancia, i pantaloni che pizzicavano e generalmente erano di colori orribili.
Ora piove ed i nastri luccicano sotto la luce dei lampioni, domattina saranno sporchi e appassiti, pronti e adeguati, come ogni anno, per la festa del paese.
Un’ultima occhiata alle decorazioni prima di andare a dormire, un pensiero come un lampo: con tutti quei nastri, speriamo che domattina il cancello si apra, non mi stupirei se la vicina, nella sua smania decorativa, avesse legato tra loro le inferriate.