Forse qualcuno si è dimenticato che la guerra è brutta perché la gente ci muore. D’accordo, non è definita guerra ma missione di pace o umanitaria, chiamatela un po’ come vi pare, ma si rischia la pelle più che al posto di blocco sullo svincolo della tangenziale.
I lagnosi di turno però non danno tregua, sono morti i nostri. I nostri muoiono, gli altri si dimenticano. Superficiali, ne sono morti a migliaia prima di loro e ne moriranno ancora e ancora, ma pare che giocare sulla notizia sia come l’azzardo, t’intossica e non ne puoi più fare a meno.
Volutamente non ho ascoltato alcun telegiornale, ne ho letto articoli di questa o quella fazione. Prima di leggere le solite cose, che sinceramente non mi toccano più, righe fitte di sentimenti patriottici, orgoglio per la nazione e l’arma. Nemmeno ho guardato gli spettacolini macabri/funebri, prima d’incappare in qualche vedova o madre straziata dal dolore, alla quale non si può fare a meno chiedere di tessere le lodi del caro tragicamente scomparso se non peggio, la domanda del secolo che ormai non manca mai: cosa prova in questo momento?
Coglione!
Pensa che davanti a se ha un coglione, ecco cosa pensa. No, non ho guardato la tv né letto i giornali, ma è impossibile rimanere all’asciutto di notizie quando arrivano questi tsunami informativi, ovunque ti giri se ne parla, legge e discute. Io No. Rimango sterile d’emozioni e d’opinioni. Perché non mi riconosco in quelli che piangono, non ho perso nessun caro e sarei bugiardo nell’affermare che provo qualcosa di diverso oltre al dispiacere della morte in sé. Nemmeno mi riconosco in quelli che gridano dieci indigeni per ogni italiano morto, fino a prova contraria mi rado per bene il labbro superiore e sebbene la mia razza sia ben definita, mi considero un terrone per tante cose, e non so nemmeno suonare il mandolino. Non mi riconosco in quelli orgogliosi d’essere italiani o carabinieri; sono italiano per caso non per scelta e la benemerita, come ogni altro corpo militare o simile, m’infonde solo il timore d’esser colto in fallo. Non concepisco nemmeno come si può essere orgogliosi d’appartenere ad una nazione piuttosto che ad un’altra, non è la stessa storia dei liguri contro i piemontesi e i lombardi contro i laziali? No? Allora ho capito male. Parlare bene o male dell’arma è sin troppo facile; carabinieri ne ho visti, alcuni buoni e altri meno, tutti con la stessa divisa e lo stesso orgoglio, qualcuno meritevole d’esserlo altri per niente, tutte persone che in ogni caso fatico a comprendere. Allo stesso modo faticavo a capire vent’anni fa chi andava orgoglioso del basco viola o della penna, una razza d’imbecilli che si annullavano nella massa verdognola e gridavano all’unisono, orgogliosi d’esser marionette o, all’occorrenza, carne da macello.
Rispetto le scelte. Ammiro chi sceglie di rischiare la vita per onorare l’impegno preso e l’orgoglio di cui vanno fieri, e non per spirito d’avventura e nonostante l’obbligo, perché gli è ordinato accetta la missione.
Ammiro chi ha il coraggio di unire la propria vita a queste persone, che senza poter scegliere tra bene, male e convenienza, solo per amore corrono il rischio di distruggere quello che di più caro hanno creato: la famiglia.
Ammiro anche Alì, che orgoglioso mostra ad ogni occasione la sua carta d’identità italiana, e oggi ha gli occhi bassi e quasi si scusa per le sue origini. Alì figlio di un pastore ha ragione d’essere orgoglioso, lui ha portato la famiglia in un paese ricco, ha trovato un lavoro ed una casa dignitosi, suo figlio andrà all’università. Lui però è l’unico che abbassa gli occhi e non parla.
Martedì sarà giorno di lutto nazionale, già oggi sono cominciate le raccolte di fondi per le famiglie dei caduti. Dovrei essere orgoglioso della nazione o del corpo che neanche è in grado di sopperire ai bisogni delle famiglie di chi è morto in nome del proprio paese e dei suoi ideali? L’orgoglio forse dovrei provarlo fino a martedì, e poi metterlo in conserva per i prossimi caduti?
Spero non diventi un’abitudine, altrimenti torno a guardare l’isola dei famosi, almeno lì qualcuno vince.