Arriva la fine dell’anno, come tutti anch’io tendo a fare qualche bilancio esistenziale. C’è da ridere, lo so, di bilanci simili ne faccio uno ogni fine mese, ed uno anche il quindici, tanto per controllare se rispetto la media.
Bilanci che in realtà valgono poco o niente: non traggo alcun vantaggio dalle mie analisi, forse anche sbagliate, dato che dai risultati non elaboro alcun’azione per migliorarmi, per cambiare in quel meglio cui tanto aspiro. Inevitabilmente rimango fermo qui. Quest’anno ho qualcosa d’aggiungere però: le conseguenze d’aver messo il naso fuori.
Non molto soddisfacenti, se come metro di giudizio usassi le normali iterazioni tra esseri umani, che s’intrattengono fra le genti normali, quelle persone che spesso osservo con un misto d’invidia e perplessità, quelle che tante volte mi fanno dire: ma come fanno?
Pesi e misure non dovrebbero cambiare per esprimere giudizi, ma come si dice ai bambini che disegnano sgorbi: per un bambino della tua età è un bel disegno.
Ora lo so che non sono un bambino, che dalla mia età ci si aspetterebbe qualcosa di più, per lo meno me lo aspetterei io, se fossi una persona normale. Date le mie tare mi concedo di cambiare questi parametri, e pur rimanendo insoddisfatto dei risultati mi concedo una pacca sulle spalle per il tentativo. I risultati non sono eccezionali, non condizionano il mio stile di vita, non intaccano le mie subroutine quotidiane, ma qualche filo sono riuscito a tesserlo, qualcuno sono riuscito anche a romperlo e tutti li vedo vacillare. Fragili, indeboliti dalle mie tempeste umorali, messi alla prova da estenuanti silenzi. Il giudizio non è certamente buono, è vero che questo è stato l’anno che mi ha visto cambiare alcune vecchie cattive abitudini (no, fumo ancora), è stato l’anno in cui il cuore è tornato a battere per qualcosa di più importante che mantenere irrorato d’ossigeno e glucosio la massa cerebrale che ancora si atteggia a pensatoio, è l’anno in cui ho guardato dalla finestra e ho cercato di mischiarmi a quel mondo colorato che stava la fuori. A mio giudizio non ci sono riuscito un gran che bene, con chi più m’interessava non ci sono riuscito per niente, anzi, peggio non poteva andare. Mi consolo pensando che al peggio non c’è mai fine, quindi forse, se, ma…
Mi servirebbe una gavetta preconfezionata, un bel set d’esperienze adolescenziali, e già che ci siamo anche uno d’esperienze standard di un normale essere umano maschio dal ventesimo al trentesimo anno d’età. Per il resto m’arrangio con quello che ho e qualche deduzione. Ammetto d’essere uno che deduce molto da poco, sbaglio spesso e volentieri, ma è l’unica cosa che ho per sopperire alle mancate esperienze.
Sono veramente dispiaciuto per come si evolvono alcune situazioni, non conosco il comportamento adeguato per le varie circostanze, spesso il mio è un modo di fare dettato dalle deduzioni, altre è semplicemente una risposta automatica a come sono trattato, molto spesso, più di quanto vorrei, scappo da tutto e tutti semplicemente perché non sopporto il peso.
Un peso che probabilmente sento solo io, ma che percepisco di sostenere con traballanti puntelli, pronti a cedere in qualsiasi momento. No, non sono bugie le mie, non sono atteggiamenti volutamente artificiali. Sono “come dovrei essere” impersono quello che immagino ci si aspetti da me.
La domanda che mi rimbalza più spesso in testa, e che non faccio mai è: cosa cazzo vuoi da me? Non è una domanda fattibile, ovvio. Rimane sempre lì, sospesa e solo il cielo sa quante volte avrei voluto dirla. Non con cattiveria, intendiamoci, solo per capire cosa ci si aspetta, quale funzione io possa svolgere, per sapere a cosa ti servo, se prendere il cacciavite o il manuale di html. Purtroppo è così una brutta domanda, la risposta più logica è: niente. A quel punto la mia risposta potrebbe essere: siccome non vuoi niente, lasciami stare, non vedi -direi- che ti ho già dato da tempo tutto quel che chiedi, ed in quantità industriale.
Se non ho alcuna utilità, qual è la mia funzione?
Le cose inutili si buttano, al più si relegano in soffitta.
Cosa c’è di buono in questo bilancio. Tanto per cominciare è diverso dai precedenti dieci o giù di lì. In fondo è un resoconto disastroso, ma più utile di un resoconto pari a quello precedente. Infatti, mi ha scosso, non molto né tanto da cambiare la mia vita o stravolgerla, ma qualcosa ha fatto. Guardando dalla finestra il mondo che fuori gira si scontra e s’incontra, si ama e si odia, si prende e si lascia, il mondo che vive urla piange e ride, ho capito che quel mondo non mi era precluso a priori ma sono stato io a negarmelo. Le paure, l’educazione, l’ignoranza e la facilità di stare solo con me stesso mi hanno portato qui, ad essere quel che sono; pieno di desideri, sognatore incallito, speranze a non finire, intraprendenza zero.
Non è un lamento, non è autocommiserazione, almeno non la vedo come tale, questa è solo una piccola lettera a me stesso, forse una confessione, in qualche modo anche un porgere delle scuse.
Oggi ho aperto gli occhi e mi sono visto lontano, inevitabilmente diverso. Ho cercato di capire meglio questa sensazione senza però riuscirci, ho cercato esempi, senza trovarne di veramente validi. Meglio, non avere paragoni da fare rende più facile accettare alcuni fatti, fa meglio accettare tutto quello che non sono né potrò mai essere.
Perché è questo che ho capito; quello che non sono e mai sarò.
Credo non sia poca cosa, anche se forse ci dovevo arrivare prima.
Un bilancio disastroso ma, almeno questa volta, utile.
Forse.
Ciao
gio’
tanto poi ci ricaschi, lo fai sempre.