L’aria è così fredda, la nebbia si condensa in minuscole gelide gocce sul viso, prima che le gote s’arrossinono diventando insensibili, la sensazione è quasi piacevole.
Da dietro la colonna di cemento sbucano le punte di morbide ciabattine, molto casalinghe e poco adatte ad affrontare l’asfalto umido e freddo di questa mattina.
Il cielo è sostituito da un enorme batuffolo di zucchero filato, da lontano giungono i soliti rumori, senza vederne l’origine sembrano diversi; più nitidi, come a voler sopperire alla mancanza della vista. Ma non era così, vero?
Le ciabattine si muovono ancora dietro la colonna, corro alla pulsantiera ed apro il cancello. Al centro della finestrella, che dal box permette di vedere la lenta processione delle ante, c’è lei. Intirizzita dal freddo si stringe nel golfino di lana, nero con bordature rosse, è quello buono, ma anch’esso poco adatto al freddo mattutino. Il suo sguardo passa rapido alle ante che con lentezza estenuante si spalancano, accompagnate dallo stridore dei pistoni ad olio che tirano e gemono, tirano e gridano maledizioni a chi non li ha unti per l’inverno.
Lei sorride: “Ma quando ti decidi a dargli l’olio!”
“Mai” le rispondo “se li accontenti poi si guastano sul serio, è solo per attirare l’attenzione, non soffrono sul serio, in fondo sono solo macchine”
Scuote la testa mentre aspetta che blocco il meccanismo di chiusura.
Dal cielo grigio compare un oggetto scuro, un tronco di cono rovesciato:
“Guarda un ufo!” grido, e per un momento, colta di sorpresa non sa cosa pensare. Dalla nebbia poi appare anche il cavo di sostegno e, più in alto, il braccio della gru.
“Sembrava proprio un ufo”
“Certe mattine non sai mai se stai continuando a dormire, o se le cose che hai attorno sono proprio strane”
“Te: dormi!” dice ridendo, mentre a passo veloce entriamo nel bar profumato di brioche calde e caffè.
Non è un’amicizia profonda, né ci raccontiamo qualcosa di speciale. Solo una simpatia avvertita, mai sondata o analizzata. Spesso ci perdiamo dopo il caffè, lei resta a chiacchierare con qualche signora o corre a casa dopo aver preso le sigarette. Raramente capita che prolunghiamo la chiacchiera sul tempo fino a trasformarla in qualcosa di più coinvolgente, ma capita. Capitò poco tempo fa, quando, riprendendo il discorso molto in voga sui crocefissi, mi descrisse per filo e per segno le disavventure scolastiche del figlio dei suoi vicini turchi, sempre in lotta con gli altri vicini, i curdi e, ovviamente, gli indigeni. Che strano destino, con tutte le case popolari, con tutte le etnie a disposizione, curdi e turchi si ritrovano vicini di casa. Lei ha letto il corano, mangiato con le mani, sentito le ragioni degli uni e gli altri, rincuorato il ragazzino dalla pelle scura e fatto da paciere. Così, per caso, mi raccontava tutto questo una fredda mattina d’inverno. Fredda, ma non gelida come questa.
“…e tua madre come sta?”
“Bene, ormai si è ripresa. E poi voi donne non dite mai come state, non finché è passato, o siete da ricovero”.
“È inutile far pesare certe cose, non trovi?”
“Credo che sia ingiusto tenere all’oscuro chi ti è vicino, anche se potrà essere doloroso e frustrante non sapere cosa fare” -Non è più un segreto-
“Sai, anch’io devo essere operata”
“Oddio, anche tu?” -Lo sapevo-
“Per ora solo un esame: l’ago aspirato. Un nodulo da controllare”
-Sul sinistro, ma il destro è perso, nella speranza che non sia propagato-
Ride: “Dai non fare quella faccia, son le mie tette, mica le tue!”
Sorrido anch’io mentre la osservo allontanarsi.
Non si trucca più, e nemmeno indossa quelle tutine smunte e flosce, ora è sempre ben vestita, anche se deve uscire solo per le sigarette.
C’è un senso? Preferisco non capirlo, o semplicemente: fingo d’ignorarlo.