Sono le sette. Le sette del mattino di mercoledì o sabato.
Non importa quanto sonno ti trascini addosso, o che il tuo corpo astrale ancora si coccola fra lenzuola stropicciate e cuscini sprimacciati, sai che sono le sette del mattino, per il giorno devi ancora scegliere, ma non cambia molto.
L’ora, invece, è importante.
Io so che ora è perché alle sette arriva l’omino con la busta verde.
Parcheggia l’auto quasi sullo stop, dove c’è la tabaccheria che a quell’ora è ancora chiusa. Arriva, parcheggia e velocemente imbuca la sua cartelletta di plastica nella cassetta delle lettere del tabaccaio. Il tabaccaio apre verso le otto, ma l’omino delle sette ha una dannata fretta, lo capisci dallo sguardo accigliato, dal parcheggio frettoloso sempre un po’ sbilenco, dalle movenze rapide. Trasuda frenesia, alle sette del mattino è più forte di un caffè.
Lo sento sempre, due volte la settimana; l’auto si ferma, la portiera sbatte, poi il rumore di latta della feritoia che colpisce e rimbalza sul metallo della cassetta portalettere. Tlang plang. Di nuovo lo sbattere della portiera, e poi parte per chissà dove. A volte l’osservo di nascosto dalla finestra. L’uomo è piccino, magro, una sottile corona di capelli ricci e brizzolati che circondano la pelle bruna e lucida della sua calvizie. Indossa sempre la tuta da lavoro blu, la fronte aggrottata e, immancabile, la busta con le schedine da giocare che sembra scottare tra le mani.
L’auto ferma, quasi sullo stop, da qualche tempo non è più la vecchia utilitaria blu con la vernice opaca e macchiata, ma una sfavillante e argentea auto nuova, di quelle affusolate che si vedono negli spot tv.
Lui, l’omino delle sette, invece è sempre lo stesso omino vestito di blu, che di fretta infila i sogni nella cassetta delle lettere del tabaccaio.