Dec
31
2004
Ciclicamente mi capita, ed ho accumulato un certo ritardo, di fare cose senza pensare. Capisco l’istinto, l’occasione, magari uno svarione passionale.
Comprare un hardisk nuovo e solo dopo aver confermato l’acquisto, che ovviamente ho fatto in internet, pensare: il bios che mi ritrovo sarà in grado di leggerlo?
Sono cose che lasciano pochi dubbi sulla quantità di neuroni ancora disponibili.
Ho preso un hardisk da 250GB sperando di trastullarmi durante il capodanno, ma ho scoperto che il corriere, a percorrere sessanta km durante le festività, impiega un periodo doppio o giù di lì.
Non resta che alzare gli occhi al cielo e godersi i fuochi artificiali che quei pazzi dei miei vicini s’apprestano a lanciare.
Dec
29
2004
Ho le sue mani all’altezza degli occhi quando le spalanca come ad afferrare delle immaginarie manopole. Le dita estese ruotano: destra, sinistra e ancora in rapida successione. Sembra proprio cercare la frequenza della mia lingua. Nel frattempo sorride mostrando i denti candidi che fanno da contrasto alla pelle e gli occhi color dell’ebano.
- Tu sai… Pisa…
gira le manopole e mi fa segno con la testa.
- Io lì… con…
questa volta le manopole sono più in basso: alla console.
- Io con famiglia… foto così
E si mette in posa; come se dovesse sostenere il peso della torre, e poi scoppia in una risata dai denti candidi.
Giustino ha riunito la sua famiglia per le feste di natale. Non è cristiano, ma coglie l’occasione delle festività per stare con la famiglia. Il permesso di soggiorno dura tre mesi, moglie e figli non possono rimanere oltre e si godrà le feste a modo suo. Vuol fare un giro in treno per l’Italia. Milano, Torino, forse Venezia, sicuramente non mancherà Pisa. Ha una vera fissazione per la torre pendente. Vuole mostrarla al figlio, l’unico maschio della sua prole, e scattare con lui qualche fotografia dove sono ritratti, grazie all’effetto prospettiva, mentre impediscono alla torre di cadere. Non c’è tempo né soldi per Napoli, Roma o Firenze. Due settimane di vacanza e poi si torna a lavorare.
Un vero Brianzolo, non c’è che dire.
Inutile chiedere a Giustino dove vive quando è al suo paese, muove le manopole inutilmente. Potrebbe essere a sud o a nord, nell’entroterra o sulla costa.
- Tu sai…
gira e rigira la sintonia.
- Capito?
Questa volta le manopole non funzionano: no, non ho capito.
I suoi famigliari sono già ripartiti e fra qualche giorno tornerà a casa anche Giustino. Il volo ed i permessi sono costati una fortuna, certamente più delle vacanze programmate. Da non credere, lo Tzunami è arrivato fin qui.
Dec
24
2004
Si potrebbe fare il solito consuntivo di fine anno. Il momento è quello giusto.
Veramente non mi va, ho già una mezza idea del bilancio e siccome non potrei barare più di tanto, mi vedrei costretto ad ammettere qualcosa che, ancora oggi, non ho metabolizzato.
Negli anni passati, nonostante tutto, potevo permettermi di crogiolarmi nell’autocommiserazione. Piangermi un po’ addosso e sopportare facilmente ogni nota negativa, che da solo, riuscivo ad attribuirmi così bene.
Non quest’anno. Oggi dovrei affondare il coltello oltre a quella piccola autocommiserazione che tanto mi è cara.
Ah! Quest’anno s’affonda il coltello e si sanguina e fa male sul serio.
Niente allora. Nessun riepilogo e nemmeno buoni propositi per l’anno a venire.
Di buoni propositi è lastricata la via per l’inferno e dato che mi hanno mandato al diavolo, vorrei procedere il più lentamente possibile.
- Allora, non tiri le somme di quest’anno?
~ No, con la sfiga che mi ritrovo prenderei qualcuno in un occhio.
Dec
23
2004
Il serpente che non può cambiar pelle muore. Lo stesso accade agli spiriti ai quali s’impedisce di cambiare opinione: cessano di essere spiriti.
Friedrich Nietzche, Aurora
Dec
20
2004
Il mio cellulare è di marca: Siemens.
Il mio cellulare è, ad onor del vero, uno smartphone.
Il che significa che è avanti, che precorre i tempi.
Ha un sacco di features e persino un sistema operativo. Si chiama Symbian (serie 60), il sistema operativo, mentre il cellulare un nome non ce l’ha.
A gennaio di quest’anno non lo trovavi a meno di cinquecento euro. Oggi puoi comprarlo a meno della metà. L’SX1, questo è il modello del mio cellulare, non smette mai di stupirti; svariati firmware disponibili, software reperibile in rete con il quale si possono fare un sacco di cose. Dal telecomandare la tv al navigatore “quasi satellitare”, modificare le foto, giocare agli arcade di una volta o a qualcosa di più moderno, e un sacco di cose sorprendenti, anche i virus. Tutti programmi che non ho mai usato, a me interessava altro.
A quasi un anno dall’acquisto posso dirmi molto insoddisfatto ma, e qui viene il bello; il mio cellulare, come dicevo, non finisce mai di stupirmi.
Oggi in una splendida emulazione di un sistema operativo evoluto (xp), appena acceso mi ha mostrato una bella finestra d’errore con relativo messaggio:
Errore di sistema.
Un po’ troppo generico, ma lo spegnimento automatico non da modo d’indagare oltre. Ho dovuto accenderlo un paio di volte per riuscire a comprendere il significato del messaggio.
Tenendo conto che:
a) l’assistenza nel periodo prefestivo avrà sicuramente tempi di riparazione generazionali, in altre parole: mi restituiranno il cellulare sempre che nel frattempo non sarà classificato come reperto storico.
b) Conosco un’esperta in danze africane, ma è irraggiungibile perché il numero di telefono è nel cellulare che non funge.
La domanda è:
Porto l’apparecchio in assistenza, e sfrutto le ultime cinque settimane di garanzia, oppure lo butto a terra e per sfogare tutte le mie frustrazioni ci danzo sopra a ritmo di una musica tribale?
Dec
16
2004
Ho ricevuto una e-mail, amichevole e interessata.
Alla fine, dopo saluti firma trovo questo:
Le informazioni trasmesse sono destinate esclusivamente alla persona o
alla società in indirizzo e sono da intendersi confidenziali e riservate.
Ogni trasmissione, inoltro, diffusione o altro uso di queste
informazioni a persone o società differenti dal destinatario é proibita.
Se ricevete questa comunicazione per errore, contattate il mittente e
cancellate le informazioni da ogni computer.
L’idea di allegare una dichiarazione simile alle mie e-mail non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Trovandomi nella situazione di dover usare la suddetta formula, probabilmente, eviterei d’inviare l’e-mail.
Non penso d’essere uno dei destinatari specifici, o uno di quelli per cui questa cosa è stata scritta, almeno lo spero. Rimane in ogni caso un certo disagio nel pensare che, scrivendo un’e-mail privata, si deve specificare ogni volta di non andare in giro a spettegolare i cazzi degli altri.
Dec
16
2004
Descrivere il gusto del gelato al pistacchio a chi non lo ha mai assaggiato.
Un’impresa.
Tanto per cominciare gli si può assicurare che non ha nulla a che fare con il sapore dei pistacchi che si trovano nella mortadella, o quelli salati e tostati che sgranocchi durante un happy hours.
Certo, è verde, ma le somiglianze finiscono lì. Il gelato al pistacchio non ha niente a che fare con i pistacchi, un po’ come il gelato alla banana non ha mai il sapore della banana.
Potresti cominciare assicurando che è dolce, ma poi?
No, sono sempre più convinto che certe cose non si possono descrivere. Bisogna provare, e magari poi scoprire che non è niente di speciale, il gelato al pistacchio per capire che sapore ha.
Per questo, anche un po’ per pigrizia, non mi cimenterò nel trovare analogie, esempi coloriti o cercherò d’evocare immagini. Le sensazioni provate nell’essere sottoposto a gastroscopia sono uniche e, ahimè, ripetibili.
Si è sottoposti ad anestesia locale con uno spray; ti spruzzano la gola con una sostanza dal gusto sgradevolmente amaro. Il fatto che questo spray sembra depositarsi quasi completamente sulla lingua e non sulle pareti della gola, ti fa pensare che l’anestesia non sarà delle migliori. Il dubbio è immediatamente fugato quando ti chiedono d’ingoiare l’acquetta amara che speravi di sputare.
Il resto non è niente di particolare, ingrassano un tubo dal diametro di circa un centimetro con del gel, ti danno un anello da mordere e dicono:
“Si giri sul fianco da bravo. Non trattenere il respiro. Ingoia”.
Dopodiché spingono il gastroscopio giù per la gola, ancora più giù lungo l’esofago fino a raggiungere lo stomaco. Qui, nello stomaco, ci restano un po’, ruotano il gastroscopio e, all’occorrenza, scattano qualche polaroid.
Nel frattempo tu hai conati di vomito che cerchi di mitigare seguendo il consiglio dei dottori, con dei respiri regolari e non affrettati. Rutti senza ritegno ogni qual volta il medico soffia un po’ d’aria nel tuo pancino. Piangi, non per il dolore né la disperazione, ma semplicemente a causa di una reazione naturale che ti porta a lacrimare come un bambino cui hanno rubato le caramelle, e, sempre come a quel bambino, ti cola pure il naso. In altre occasioni si proverebbe certamente dell’imbarazzo. In quel momento posso assicurare che l’ultimo dei pensieri è quello d’imbarazzarsi.
L’operazione in sé non dura che pochi minuti, è sicuramente un’esperienza intensa e forse per questo che la percezione temporale sembra alterata; pare che quel tubo non te lo vogliano più togliere e quando credi sia finita, in realtà stanno prendendo la rincorsa per farti la biopsia.
A saperlo prima, che mi avrebbero fatto la biopsia, avrei chiesto un campione in più per me, da tenere come souvenir.
Dec
15
2004
Guarda dentro te stesso.
Non recita, il detto, fatti guardare dentro.
Già questo da l’idea di quanto poco piacevole possa essere farsi dare una sbirciata dentro. Lo facciano con una sonda lunga un paio di metri dal diametro poco più grande di una batteria stilo, è davvero fastidioso. Quando poi, alla sonda, trovi attaccata una macchina che sembra una fotocopiatrice sovietica dei primi anni settanta che sibila vibra e ticchetta a più non posso, allora comincia a vacillare anche la fiducia nelle istituzioni sanitarie nazionali. Vacillare ulteriormente.
Da ormai una settimana percepisco il tempo come una goccia di miele che scivola sul bordo del vaso.
Inesorabile scende tracciando una retta che la consuma e ne indica la meta.
Purtroppo non c’è nulla di dolce nella gastroscopia cui sarò sottoposto domani, ma visto che ci sono coglierò l’occasione per guardarmi dentro.
Nel senso meno filosofico del termine.
Dec
14
2004
1% Confuso.
1% Annoiato dalla confusione.
1% Vuole fare qualcosa.
1% Non ha idea di cosa fare.
1% Si è arreso all’idea che.
1% Percepisce il restante 94%.
1% Non comprende cosa accade al restante 93%.
Dec
12
2004
Ascolto le prime note della cover di quella che fu una canzoncina per bambini, ed è subito depressione. L’infausto passaggio alla radio suscita in me uno streaming emotivo nefasto. Dalla frustrazione iniziale passo, raggiungendo l’apice della disperazione, ad un netto senso di castrazione. Nemmeno Orietta Berti, lo Zecchino d’Oro e i Casadei suonati alla Festa de l’Unità riuscirono a suscitare tanta tristezza.
Fossi in lui, Actarus, me lo lavorerei con le lame rotanti e l’alabarda spaziale. Una voce bianca è più adatta alle canzoncine per bambini, no?
Da notare che in giovane età mai e poi mai, quel cartone animato provocò in me una qualsivoglia manifestazione di violenza o aggressività.